I viaggi di Roby

Rubando Bellezza


Regia: Fulvio Wetzl, Laura Bagnoli, Danny Biancardi
Anno di produzione: 2015
Durata: 94'
Tipologia: documentario
Genere: biografico
Paese: Italia
Produzione: W&B
Distributore: n.d.
Data di uscita: 17/11/2016
Formato di ripresa: Full HD con Mini DV, aspect Ratio uniformato a 4:3, bianco nero/colore.
Camera: Panasonic HC-X800 Full HD, Canon Legria HF G30 Full HD e Panasonic Nv-Gs120
Formato di proiezione: HD, colore e bianco/nero
Titolo originale: Rubando Bellezza

Sinossi: Un film che si presenta come l’analisi poetica di una famiglia straordinaria, quella dei Bertolucci, e della consuetudine in arte di trarre ispirazione (rubando, appunto) da chi ci ha preceduto e da chi ci circonda, sia in ambito familiare, sia nel proprio ambiente sociale, per nutrire e comporre la propria personale visione del mondo, e la propria sensibilità poetica e artistica.
Il titolo, anch'esso rubato a un film di Bernardo Bertolucci, Io ballo da sola (titolo originale, Stealing Beauty), sarà: RUBANDO BELLEZZA.
La nostra ricerca è partita da Attilio: è da questo tronco centrale che arrivano e partono i rami della bellezza, della creatività, dell’ispirazione nella famiglia Bertolucci.
Attilio Bertolucci, assieme a Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni, Umberto Saba, Mario Luzi, Sandro Penna, uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, non poteva che educare i figli come egli stesso ha educato il suo spirito, con la poesia. La sua opera maggiore La camera da letto (1988-1992) un monumentale romanzo in versi liberi di oltre 400 pagine, descrive e racconta l’epopea familiare, risalendo indietro di qualche generazione, della famiglia Bertolucci, ambientata tra Casarola di Monchio nell’Appennino tosco-emiliano, a Baccanelli di Parma, a Parma stessa, dove i Bertolucci nel corso degli anni dimoravano. Di questo romanzo Attilio stesso ha dato integrale lettura nel film La camera da letto, di Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco, e alcune di queste letture pacate e ammalianti saranno inserite nel film, a scandirne i periodi e le epoche analizzate.
Bernardo e Giuseppe hanno subìto, sin da bambini, il forte imprinting del padre, il primo padre, fatto di sensibilità poetica, ma anche di un’ansia controllata a fatica, circoscritta e canalizzata nella visione letteraria della “sacra famiglia al suo zenit, nell’età dell’oro”; e di dolorosa consapevolezza. E sin dall’infanzia hanno cercato strade personali che si distaccassero dalla forte, peraltro irrinunciabile, impronta paterna.
La scelta di entrambi di dedicarsi alla poesia, alla pittura e più tardi, ma non tanto tardi, al cinema e al teatro è proprio nata dalla volontà di allontanarsi, di diventare da personaggi - terze persone, protagonisti della propria vita, prime persone quindi. Più avanti, da adolescenti, Bernardo e Giuseppe hanno tratto ispirazione dall’ascolto attento delle persone che circolavano nel salotto di famiglia, che frequentavano con assiduità il padre, come Elsa Morante, Alberto Moravia, e soprattutto Pier Paolo Pasolini (ecco i secondi padri), ed hanno filtrato nel loro cinema tutto ciò che hanno appreso da questi scrittori, le menti più acute e selettive dell’epoca, capaci di interpretare come nessun altro il loro presente e prefigurare con grande anticipo (vedi Pasolini) l’inevitabile decadenza capitalistica e consumistica in cui l’Italia sarebbe degenerata di lì a poco.
Questi insegnamenti e la capacità, trasmessa loro da Attilio, di captare tutti gli stimoli poetici dall’ambiente e dalla natura che li circondava, combinata con la propria progressiva visione del mondo, darà origine al talento poetico, espressivo, artistico e culturale dei due fratelli, Bernardo e Giuseppe, totalmente divergenti l’uno rispetto all’altro, ma entrambi capaci di percorsi personali tra i più interessanti e compiuti dal secondo Novecento a tutt’oggi.
Il film 900, scritto a quattro mani da Bernardo e Giuseppe, è il tributo più evidente ad un’epoca che Attilio ricorda con frequenza nelle sue poesie, quello trascorso a Baccanelli, nella villa padronale di famiglia, circondata dai campi coltivati, situata nell’immediato hinterland di Parma, dove Bernardo senior, il padre di Attilio, aveva deciso di vivere con la famiglia, a contatto con il mondo contadino, con i ritmi e i riti della campagna e del lavoro nei campi, il succedersi delle stagioni, il contatto con gli animali. Tutto ciò però a un passo dalla città, dove frequentare le scuole o andare nelle feste comandate. La città con i suoi monumenti incomparabili, il Duomo e il Battistero, San Giovanni Evangelista e la Camera della Badessa, trapunti degli affreschi e sculture ieratiche medioevali o dai pastosi e corposi affreschi sacri del Correggio, a scaldare con l’intera gamma coloristica dal giallo al rosso, le cupole delle chiese.
Quasi in contemporanea, nei periodi estivi, sarà Casarola di Monchio, nell’Appennino parmense, con tutta la sua natura e l’ambiente rurale di “mezza montagna”, a dare ulteriori stimoli ai fervidi percorsi interiori e fantastici dei due fratelli. Proprio a Casarola Bernardo girerà i suoi primi cortometraggi. Più avanti ancora Attilio, coinvolgendo più saltuariamente i figli, sceglierà un altro scenario, quello marino del borgo medioevale di Tellaro, abbarbicato sulla costa del Golfo dei Poeti di La Spezia, per aggiungere ulteriori suggestioni al proprio universo interiore e alla propria ispirazione.
Ma anche Attilio, ne Alla ricerca di Marcel Proust, documentario da lui diretto per la Rai negli anni ’60, confessa di aver rubato, da Proust, l’analogo atteggiamento analitico riflessivo e febbrile di scandaglio minuzioso di tutto ciò che lo circondava. Come dal Guido Gozzano delle “buone cose di pessimo gusto”, nel salotto di Nonna Speranza. E da chi ha rubato Proust?
Ciò che vogliamo raccontare quindi è la pratica metaforica del furto di bellezza, prendendo ad esempio la famiglia Bertolucci, che è forse il nucleo e sodalizio familiare e artistico più coeso e fertile per descrivere il nostro percorso dall’origine allo sviluppo della creatività.
Giuseppe sceglie di vivere un suo percorso personale, di marginalità consapevole, piuttosto che essere schiacciato dalle due figure imponenti del padre e del fratello. La sua intelligenza sperimentale, la sua voglia di percorrere strade difformi e periferiche, lo porterà a dedicarsi a un ampio spettro di attività, dal cinema al teatro, dall’attività di presidente della Cineteca di Bologna, alla saggistica, dal Benigni di Cioni Mario, di Gaspare fu Giulia, passando per la rivalutazione, la valorizzazione, la riscoperta e la riscrittura di alcuni film di Pasolini (come La rabbia) e delle vicende tragiche della sua morte, scotto pagato da Pier Paolo per la sua lucida e dolorosa visione preconizzatrice. Pasolini che Giuseppe eredita, a distanza di quarant’anni, dal fratello Bernardo, suo aiuto-regista in Accattone, e nume tutelare del suo esordio a 21 anni con il film scritto da Pasolini La commare secca.
Proprio tramite Pasolini, analizzeremo la vocazione maieutica, paterna, di Giuseppe, che si espresse a suo tempo con Roberto Benigni, in un fertilissimo scambio che durò dal loro esordio al cinema Berlinguer ti voglio bene, fino a Il piccolo diavolo. E poi di volta in volta, con Marina Confalone, Sabina Guzzanti, fino ad arrivare a Fabrizio Gifuni con il memorabile spettacolo ‘Na specie di cadavere lunghissimo, proprio sulla morte e la visione esistenziale e politica di Pasolini; e a Sonia Bergamasco in Karénina.
Parleremo con chi ha lavorato con lui e con le persone che gli erano vicine: Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, il montatore de La rabbia di Pasolini Fabio Bianchini, e soprattutto con Lucilla Albano, inseparabile compagna di Giuseppe.
Di Bernardo ci parlerà invece Morando Morandini, uno dei primi padri scelti da Bernardo nella sua costante ricerca di qualcuno che sostituisse metaforicamente Attilio, che lo portò nel corso dei primi anni a identificarne la figura prima in Pasolini, Moravia, poi Jean-Luc Godard e Morandini, appunto, che in Prima della rivoluzione, secondo film di Bernardo, ricopriva il ruolo di amico, fratello maggiore, mentore del protagonista Fabrizio. Scopriremo quindi, come lo stesso Bernardo ammetterà in un’intervista, che la ricerca del padre è il tema costante di gran parte dei suoi film, da Prima della rivoluzione a Ultimo tango a Parigi, anche se (come ironicamente gli suggerirà Attilio: “Sei furbo, tu. Nei tuoi film mi hai ucciso tante volte, senza mai andare in prigione”), la fine che fanno le figure paterne nei suoi film è sempre tragica, ridicolizzata, demonizzata, mai vissuta insomma con serenità.
Il film sarà una vera e propria full immersion nelle suggestioni poetiche, ambientali, sociali, artistiche, esistenziali, affettive che hanno circondato e hanno animato l’interiorità di questi tre incomparabili e grandissimi artisti, i Bertolucci, e sarà costruito per nessi poetici, senza spiegazioni didattiche o didascaliche (unico ausilio, artistico, una mappa concettuale grafica), di modo che lo spettatore sia calato, viva dal di dentro, e capisca intimamente come si crea un’opera d’arte, una sensibilità, un talento espressivo, e ci si abbandoni sull’onda del suono poetico dei versi di Attilio, delle immagini sinuose nei piani-sequenza di Bernardo, dei tagli audaci e frenetici degli esperimenti visivi e linguistici di Giuseppe.
La scelta di girare questo film a sei mani, è proprio dovuta alla volontà di avere tre punti di vista, differenziati ma coordinati, uno maschile e uno femminile adulti, di due professionisti del cinema e uno di un giovane studente del DAMS. Ciascuno di noi filmerà le diverse situazioni, sia le interviste, sia i vari ambienti e paesaggi, seguendo la propria sensibilità, in totale autonomia espressiva. Questa differenza di sguardo ci permetterà di realizzare un puzzle variegato e fertile che ricomposto, per affinità o per contrasto, in fase di montaggio, renderà dinamico e in attinenza con il terzetto di personaggi analizzati, il nostro film: tre personaggi, molto diversi come età e tipologia di espressione, anche se affini come sensibilità e genialità creativa, filmati da tre registi diversi, che cercheranno nel loro percorso di trovare le sintonie personali con i personaggi e di trasmetterle agli spettatori nell’ambito del film.

Note:
Nel documentario sono presenti scene tratte dai seguenti film:
- La camera da letto di Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco
- Il Correggio ritrovato di Giuseppe Bertolucci
- Panni sporchi di Giuseppe Bertolucci
- Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci
- L'amore probabilmente di Giuseppe Bertolucci
- La rabbia di Pasolini di Giuseppe Bertolucci
- Accattone di Pier Paolo Pasolini
- La commare secca di Bernardo Bertolucci
- Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci
- La strategia del ragno di Bernardo Bertolucci
- Il conformista di Bernardo Bertolucci
- La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo Bertolucci
- La luna di Bernardo Bertolucci
- Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci
- Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci
Sono, inoltre, presenti sequenze tratte dagli spettacoli teatrali:
- 'Na specie de cadavere lunghissimo da un'idea di Fabrizio Gifuni da Pier Paolo Pasolini e Giorgio Somalvico, regia teatrale e video Giuseppe Bertolucci
- Karénina - Prove aperte d'infelicità di Sonia Bergamasco e Emanuele Trevi, regia teatrale Giuseppe Bertolucci
- A mio padre - Una vita in versi, regìa teatrale e video Giuseppe Bertolucci
E del programma televisivo:
- Alla ricerca di Marcel Proust, regìa Attilio Bertolucci
Altre riprese:
- Attilio ascolta Louis Armstrong di Stefano Consiglio
- Casarola immagini di Bernardo Bertolucci
- Casarola immagini di Antonio Marchi
- Festivaletteratura - Mantova 2011 immagini di Roberto Salani
- Roberto Benigni dal vivo a Bagnolo di Montemurlo (Prato) immagini di Duccio Nincherli


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