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Alice Rohrwacher: "Corpo Celeste è una
piantina fragile che va protetta"


Intervista alla giovane regista di "Corpo Celeste", unico film italiano alla Quinzaine des Realisateurs di Cannes 2011, uscito venerdì scorso nelle sale italiane


Alice Rohrwacher:
Dopo varie esperienze nel documentario, in diversi ruoli, hai deciso di scrivere un film di finzione: come mai?
Alice Rohrwacher:
Nel campo del documentario ho fatto solo piccole cose, collaborazioni a lavori collettivi e montaggi.
Tra questi, ho lavorato a "Checosamanca", e qui ho conosciuto Carlo Cresto Dina, che ne era il produttore. Un anno dopo ha fondato Tempesta, la sua casa di produzione, e mi ha chiamato dicendomi che voleva collaborare con me.
Io pensavo inizialmente che volesse farmi scrivere una sceneggiatura, solo dopo ho capito che il suo progetto era quello di farmi anche dirigere: mi ha dato molta fiducia, diceva di non poter credere che un copione scritto così profondamente potesse essere diretto da un'altra persona!

Come sei arrivata al tema della parrocchia?
Alice Rohrwacher:
Io e Carlo ci siamo incontrati varie volte, per parlare di che cosa ritenevamo importante raccontare, per scambiarci le nostre impressioni, e piano piano si delineavano dei mondi, degli ambienti.
Reggio Calabria l’ho scelta subito, per motivi personali la conoscevo bene e mi metteva anche in crisi: la ritengo una città bellissima e pure bruttissima, in cui coesistono un mondo arcaico nascosto sotto una crosta "super-recente", fatta di cemento e di edilizia selvaggia. E' una città molto viva in questa sua contraddizione.
La parrocchia è un "mondo" che piaceva a entrambi, io avevo studiato storia delle religioni a Torino ma non sapevo niente della parrocchia come "realtà", sono andata a frequentare lezioni, ho partecipato a riunioni e così ho iniziato a scrivere la mia storia.

Quali sono stati i tempi della lavorazione, dalla scrittura all’uscita?
Alice Rohrwacher:
E' difficile dirlo, la prima "chiamata" di Carlo è di quasi quattro anni fa!
Ma da allora non ho fatto solo questo... La fase di ricerca e scrittura è durata mesi, ma contemporaneamente lavoravo anche a un documentario.
Il lavoro è stato lungo anche perché inizialmente non trovavo la giusta chiave di accesso alla storia, ero troppo "esterna": con il personaggio di Marta ci sono riuscita, un personaggio che inizialmente non c'era. La sua estraneità è la mia, come anche la sua voglia sincera di integrarsi.

Quali sono state le difficoltà incontrate e quali gli aspetti che ti sono venuti più “naturali”?
Alice Rohrwacher:
L'argomento affrontato è molto delicato, è stata questa forse la cosa più difficile, insieme alla necessità di mettere insieme tutti i "pezzi" del film per riuscire a portarlo a termine.
In realtà quando sono iniziate le riprese le cose sono andate molto bene, ho scoperto una grande gioia nell’incontro con gli attori e i collaboratori. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone meravigliose: all'inizio di questa avventura per tutti si trattava di lavorare "ad un film", alla fine invece tutti sentivano di lavorare "per un film": spero che la differenza sia chiara!
E poi non avevo niente da perdere, questo mi ha aiutato molto nell'affrontare il film, è stata un'esperienza molto profonda.

Tra le tante critiche lette in queste settimane quale ti ha colpita di più (in positivo o in negativo)?
Alice Rohrwacher:
Ho letto cose molto belle scritte da critici e da persone che ritengo molto intelligenti e sensibili: mi sembra che abbiano capito quali erano i miei intenti, ne sono felice. "Corpo celeste" è un film sul contemporaneo, sulla nostra epoca.
Ho letto anche critiche diciamo più negative, che potranno essermi molto utili per il futuro... Non condivido solo una cosa, che il mio film sia molto freddo, io non lo sento così. Non è forzatamente caldo, questo sì, ma non è freddo.
Un critico francese lo ha definito come una piantina fragile ma viva, che va protetta: la trovo un'immagine molto calzante.

Come hai scelto il tuo cast?
Alice Rohrwacher:
Sapevo bene da subito con che tipo di persone volevo lavorare, volevo avessero un legame - istintivo - con il personaggio che dovevano interpretare.
Qualche esempio? Per il ruolo di Marta non sapevo cosa cercare, poi ho trovato Yle (Vianello, NdI), una ragazza che non sapeva cosa voleva diventare da grande... era lei! Doveva avere lo stupore giusto, la purezza giusta per non sembrare falsa: Yle è completamente diversa da Marta, ma aveva dei punti in comune, non aveva mai vissuto in città e non aveva mai visto Reggio...
Anche per il ruolo di Santa, Pasqualina Scuncia è molto diversa dal suo personaggio ma conosce molto bene quel mondo. Salvatore Cantalupo l’ho invece scelto per la sua grande bontà d’animo, il suo sforzo di dover fare cose un po’ losche avrebbe creato l’inquietudine che è di don Mario.
Tutti i miei attori sono stati molto generosi sul set, i non professionisti hanno insegnato qualcosa ai professionisti, e viceversa.

Un commento sull’esperienza vissuta a Cannes, cosa resterà nei tuoi ricordi?
Alice Rohrwacher:
E' stato molto interessante, poter paragonare i due pubblici - quello internazionale e quello italiano, ora che il film è uscito - è antropologicamente incredibile!
In Italia il pubblico reagisce come avrei immaginato, mentre a Cannes inaspettatamente hanno raccolto il lato sottile di ironia del film, partecipavano molto, anche ridendo di gusto.
Cannes è stata per me una bellissima iniziazione: non ero sicura che il mio lavoro sarebbe piaciuto, anche se mi hanno chiamato prima di Natale per dirmi che non volevano perdersi assolutamente la possibilità di avermi alla Quinzaine, e questo non poteva che darmi fiducia.
Una cosa che mi è piaciuta molto di Cannes è stato che molti spettatori (da tutto il mondo) mi hanno detto a fine proiezione che hanno visto Reggio e i luoghi del film come dei luoghi che potrebbero essere ovunque: era importante per me che fosse chiara la sua universalità.

Ora su cosa sei al lavoro?
Alice Rohrwacher:
Sto scrivendo un nuovo film, le idee sono molte e sto anche lavorando ad un documentario.
Nel mio futuro vedo sia lavori di finzione sia lavori sul reale: trovo che il documentario sia stato per me una grande scuola per capire il mio posto, per farsi domande e prendere posizioni.
E' molto rischioso e ci vuole coraggio per farlo, ma credo che non sia il caso di rassicurare lo spettatore, ci sono già tanti film che lo fanno, e ce ne sono tanti altri che vogliono dare risposte! Io voglio creare domande.
Ho molte idee per il futuro, ritengo che questa sia una bella epoca (anche se non si vede dal mio film!), che dalla crisi possono nascere delle cose preziose.

30/05/2011, 19:07

Carlo Griseri