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Note di regia del film Sogni Di Cuoio


Elisabetta Pandimiglio e César Meneghetti parlano del loro documentario "Sogni Di Cuoio"


Note di regia del film Sogni Di Cuoio
L'attaccante argentino Mario Kempes
Riprese in digitale; un approccio quasi giornalistico con interviste a calciatori, tecnici, organizzatori, testimoni; due piccolissime troupe, operative in tempi diversi, per registrare l’evolversi di un originale progetto calcistico che presentava i requisiti giusti per trasformarsi in affare economico e sportivo.
In modo imprevedibile, come può succedere quando si ha a che fare con l’oggettività della materia documentaria sfuggente a qualsiasi imbrigliamento, gli eventi prendevano una loro direzione che li allontanava dal finale previsto.
Tutto si smontava per una serie di intricati motivi - richieste maggiorate di denaro da parte della società in via di cessione, crescenti pretese di garanzie economiche, cavilli burocratici, clausole sulla data di chiusura del contratto e un sotteso, diffuso campanilismo nei confronti dei calciatori “usurpatori”.
La giostra luccicante del calcio che fa sognare chi vi sale e chi la osserva girare in tutto il suo sfarzo, mostrava ancora una volta quanto poco fosse rassicurante l’ingranaggio che la muove.
Così, a fine estate 2001, il materiale filmico raccolto sembrava suggerire, come unica possibilità narrativa, la cronaca di un clamoroso flop sportivo dal quale non un solo protagonista, in un senso o nell’altro, usciva positivamente.
Un’analisi più attenta, nuove interviste ai testimoni del fatto, ulteriori informazioni sui retroscena dell’accaduto portavano alla luce la vicenda umana di questo gruppo di giovani calciatori, molti appartenenti a squadre di serie A e B argentine e uruguayane, tutti già in possesso di nazionalità italiana avendola ereditata per sangue.
Non è difficile immaginare cosa li avesse spinti a lasciare una carriera già avviata, affetti, casa, famiglia pur senza uno straccio di contratto, una sola certezza.
Avrà certo contribuito l’attrattiva che l’Italia esercita, su chi vive aldilà dell’oceano, come mitico eldorado del calcio mondiale; il miraggio del successo come rivela il centrocampista Daniel che “ha un sogno molto grande”, quello di emulare la carriera dello zio Juan Alberto Schiaffino, giocatore della nazionale uruguayana 1950 e della nazionale italiana del 1954; le affinità con la gente italiana nel modo di
vivere e pensare, come sottolinea il mediano Gastón; il prestigio di quello che sarà l’allenatore della neo-squadra sudamericana, Mario Kempes; la prospettiva di guadagnare un giorno come El Chino Recoba, il calciatore più pagato del momento che - racconta l’uruguayano Pedro - era suo amico prima di approdare in Italia.
Recenti statistiche ci informano che non esiste una sola Italia, perché 58 milioni di italiani, o discendenti da italiani vivono in altre parti del mondo. Di questi, oltre 536.000 sono in Argentina, quasi 52000 in Uruguay. Buenos Aires può essere considerata la capitale di questa seconda Italia, dove pure chi non ha più passaporto italiano cerca di mantenere contatti con la patria degli avi, se non direttamente almeno attraverso le trasmissioni TV di Rai International.
In realtà, “l’emigrazione di ritorno” è un fenomeno complesso che non si spiega solo attraverso saggi, articoli, trattati.
Nella riflessione di Oscar, nello sguardo di Guillerme, nella risata di Pedro, nel gesto ironico di Leandro, nella dignità con cui Gastón dissimula lo sconforto, è forse possibile cogliere qualcosa che tabelle e numeri non riescono ad interpretare, qualcosa di profondo che a volte compare anche nei visi antichi che si affacciano brevemente tra le immagini di repertorio, montate in parallelo.
Storie di calcio.
Storie di migrazioni.
Storie di esseri umani.
Storie di chi, a volte inconsapevole, cerca una rivincita nella terra che ha già respinto i suoi avi.
Storie di sogni, a volte ingannevoli, ma così necessari per andare avanti e credere che un giorno tutto potrà essere diverso.

Elisabetta Pandimiglio e César Meneghetti