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Note di regia del film L'Aria Salata


Alessandro Angelini descrive il suo primo lungometraggio "L'Aria Salata".


Note di regia del film L'Aria Salata
Una scena del film "L'Aria Salata"
L’idea del film è nata durante il periodo in cui prestavo volontariato nel carcere di Rebibbia. Ho conosciuto molte persone, diverse per storia e atteggiamento, ma accomunate dallo stato d’animo che si crea alla chiusura dell’ultimo cancello, quando, a luci spente, prima di prendere sonno, di notte si resta soli con i propri pensieri. Con i rimorsi e il dolore, con il pensiero verso i famigliari che “stanno fuori” e che, a modo loro, scontano anch’essi la condanna.
Questo concetto di “scontare la condanna” stando fuori dal carcere è stata l’idea di partenza su cui abbiamo lavorato io e Angelo Carbone per “L’aria salata”. Abbiamo scritto il film dal punto di vista di una famiglia spezzata, tentando di portare alla luce le mancanze e il bisogno di normalità e immaginandone le conseguenze nel tempo. Il nostro lavoro di documentazione è stato fatto sul campo. Per diversi mesi abbiamo frequentato educatori, agenti di custodia, ex detenuti, focalizzando la nostra attenzione verso gli stati d’animo più che sugli aneddoti della vita in prigione.
Per il ruolo del protagonista, sin dalla fase di scrittura io ed Angelo abbiamo pensato a Giorgio Pasotti; il nostro Fabio doveva essere capace e affascinante, pieno di energia, così da rendere esplicito il concetto che accettare un lavoro poco remunerativo e difficile come quello di educatore in carcere, non fosse dettato dalla necessità economica, ma nascesse da un’esigenza interiore.
C’era il bisogno di raccontare una tensione “sotterranea”, una stonatura che gli impediva di sentirsi in armonia col mondo e al contempo mostrarne il lato forte, generoso. Giorgio aveva interpretato diversi ruoli che comprendevano queste due anime ed ero sicuro che avrebbe saputo fonderle assieme senza farne emergere una a scapito dell’altra. Ha accettato il film sulla base di quaranta pagine di trattamento, cosa che mi ha permesso di instaurare con lui un rapporto di scambio già durante la stesura della sceneggiatura e di passare molto tempo insieme, “contaminandoci” a vicenda con lunghe conversazioni sul personaggio.
Anche grazie a questo periodo di preparazione la nostra intesa sul set è stata perfetta, così come con Michela Cescon che nel film interpreta Cristina. La difficoltà del suo
personaggio era quella di riuscire a rendere in poche scene, la dissoluzione delle sue convinzioni e il ritorno ad un passato che credeva di aver sepolto. Nello spazio di sole due sequenze la determinazione di Cristina si trasforma in debolezza. Il suo coraggio diviene paura e la corazza che negli anni si è faticosamente costruita, crolla. Il merito di Michela è nell’aver reso visibile il disagio attraverso piccoli gesti, nell’aver disegnato un personaggio dolce e garbato rendendo evidente e molto realistico il confine tra dolore e oblio.
Giorgio Colangeli ha ottenuto il ruolo di Sparti dopo una lunga serie di provini e a
conquistarmi è stata la profonda umanità che ha saputo regalare al personaggio, senza perdere il guizzo imprevedibile che ne ricorda la pericolosità. Sparti è un uomo che ha rimosso il suo passato e per questo solo. E’ diretto e indisponente. Non cerca consenso, quanto piuttosto rispetto. Se decide di concedersi, la sua simpatia è circoscritta alla situazione e quasi sempre interessata.
La base di partenza tra me e Colangeli per la costruzione del personaggio è stata la gestualità; la distanza che Sparti pone tra sé e gli altri, il suo modo di guardare e di camminare. Il modo di mettere in difficoltà l’interlocutore anche solo con uno sguardo. Il primo incontro tra lui e Fabio, vede i ruoli invertiti; è infatti Sparti che sottopone Fabio a domande personali.
Il carcere in cui è ambientato il film è vero. Delle complessive sei settimane e mezzo di riprese, due le abbiamo passate a Veneri in provincia di Pistoia, in un penitenziario dismesso che Alessandro Marrazzo, lo scenografo del film, ha avuto la tenacia di rimettere in sesto, sulla falsariga di Rebibbia, per il quale non avevamo ottenuto i permessi.
Ambientare la parte carceraria dal vero è stato fondamentale; sapevo che i muri, le sbarre, l’architettura opprimente, le scomodità fisiche ci avrebbero obbligati a dare il massimo, a tenere sempre alto il livello di concentrazione. Inoltre iniziare le riprese proprio dal penitenziario ha aiutato tutti noi ad immergersi nel clima del film e a creare un’unione speciale tra troupe e attori che si è rivelata vitale per il resto delle riprese.
Sento di dover ringraziare la produzione (Rai Cinema e Biancafilm) non solo per avermi dato la possibilità di raccontare questa storia ma soprattutto per avermi messo nella migliore condizione di poterlo fare. Per avermi seguito con dedizione e avermi dato l’opportunità di lavorare con professionisti di prim’ordine, che, con la loro esperienza ed il loro entusiasmo, hanno reso il mio lavoro un’esperienza straordinaria.

Alessandro Angelini