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Note di regia del film "Apnea"


Roberto Dordit descrive il suo primo lungometraggio "Apnea".


Note di regia del film
Una scena del film "Apnea"
Un uomo sta per annegare, e nei secondi interminabili che lo separano dalla fine, costui racconta la sua indagine fatale. Il suo migliore amico era morto, lasciandosi alle spalle non solo le tracce di una vita segreta e oscura, ma il sospetto di una morte tutt'altro che "normale". L'uomo nell'acqua scoprirà una verità che tutti conoscono, ma pagherà a caro prezzo la sua intrusione in faccende che non lo riguardano.
Questa è la storia del film, ma a ben vedere l'indagine del protagonista non riguarda soltanto l'amico scomparso. Prende di mira piuttosto il suo ambiente, e la mentalità imperante in quel contesto. Una mentalità dove tutto dev'essere sacrificato al lavoro e ai soldi. E in questo senso il metodo spiccio di alcune concerie del Nordest non è che un esempio tra le infinite aberrazioni di fare impresa in un paese come l'Italia, dove più di tre persone al giorno muoiono sul lavoro. Essere costretti a lavorare in apnea con il rischio costante di inalare un gas letale non è una mia fantasia: ce ne sono stati parecchi di incidenti mortali per questo motivo. Ma l'opinione pubblica è come se ne perdesse sistematicamente la memoria, complice una scarsa attenzione dei media, tanto che nell'affrontare questo tema ho avuta la sensazione, e anche degli avvertimenti, che stavo violando un tabù. E anche una volta finito il film, nonostante gli apprezzamenti ricevuti da più parti, ho registrato uno scarso interesse a distribuirlo. Se Apnea esce in sala lo si deve al decisivo intervento dell'Istituto Luce e all'importante sostegno di Nanni Moretti.
Quindi mi rallegro di questa uscita, seppur con un anno di ritardo e con poche risorse; ma rimane lo sconcerto per una sistematica disattenzione del nostro sistema cinema verso quei film indigeni che abbiano qualcosa da raccontare (e non parlo solo del mio ovviamente). Apnea è un film di genere, il noir, perché usufruisce dei suoi codici con un duplice intento: innescare il coinvolgimento dello spettatore attraverso una storia a sviluppo verticale, e svelare l'ambiguità dei personaggi scartocciando via via i loro cliché di partenza. Come in tutti gli "stili", anche la regola dei generi è inutile se non interviene una variazione: nel caso di Apnea la variazione è data dal rapporto tra il protagonista e il bambino autistico. Entrambi sono inadatti in quell'ambiente, come fossero due vasi di cristallo in un mondo di mazze ferrate. E in questa loro intesa si fa strada un elemento epico che a mio avviso caratterizza il film più di ogni altra cosa: il sacrificio. Solo che stavolta il dio denaro non c'entra nulla, il protagonista si sacrifica per denunciare un mondo malato, per scompaginare il presente e per regalare una speranza futura. In questo senso direi che il finale è quasi ottimistico, a dispetto del genere.
Apnea è costato pochissimo in termini finanziari, moltissimo invece come risorse umane. Dalla produzione al cast (con Claudio Santamaria in primis), dai reparti tecnici fino ai musicisti, tutti si sono spremuti per dare il massimo del loro talento e per fornire al film una qualità per nulla scontata alla partenza di un progetto così strutturato e ambizioso. Era il valore aggiunto necessario per competere poi in un mercato zeppo di prodotti industriali di ben altra portata. Ora ritengo che quello sforzo sia stato ripagato. Ciò nonostante gli spazi disponibili per un film di questo tipo sono pochi. L'arma della promozione è spuntata per la carenza di risorse. Una leale concorrenza in sala è preclusa.
Tra gli addetti ai lavori gira voce che il pubblico più giovane non abbia quella cultura cinematografica che lo spinga ad incuriosirsi verso nuovi autori. Forse occorre più fantasia per reinventare il modo di strappare all'invisibilità i nuovi progetti, ma messa così sembra che chi voglia fare cinema in queste condizioni abbia deciso di imboccare un decorso patologico verso la depressione e l'apatia.
Per quel che mi riguarda credo invece che si tratti di una faccenda di coraggio: il coraggio di credere nel valore estetico e culturale di tanti film smontati dopo una settimana, e non perché al pubblico non piacciano, ma perché quel pubblico non sa nemmeno della loro esistenza. In definitiva parlo del coraggio di attenuare lo sfacciato svantaggio che la gran parte dei film nostrani è costretto a subire non dico all'estero, ma nel proprio paese.

Roberto Dordit