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Note di regia del film "...E Se Domani"


Note di regia del film
Una scena del film "...E Se Domani"
Tutto il film procede per contrasti, esagerazioni, gesti eroici ed estremi.
Già nella sua soluzione questa storia sviluppava un ingrediente tragicomico: si può condividere ragionevolmente un amore che a lungo è stato solo intimamente desiderato, e quindi continuamente rielaborato solo per se stessi e la propria fantasia?
Questa è stata la domanda che mi sono posto mentre lavoravo al film. Mimì forse non è altro che un irrecuperabile sognatore, un patetico superdotato d’amore, che con i suoi gesti spesso esagerati e inadatti rispetto alla realtà che lo circonda, dimostra di poter solo straripare come un fiume in piena, sfasare dal suo ruolo, inciampare e rialzarsi come un burattino che si ostina a non accettare di vivere secondo le regole dettate da qualcun altro, piroettando in un mondo troppo cinico e spietato.
Nel film si riflettono inevitabilmente tutte queste tensioni, esprimendosi attraverso uno stile che alterna scene concrete di vita quotidiana a repentini passaggi surreali, giustificati dalla visione fantasiosa e sognante che ha il protagonista.
Tragico e comico scivolano l’uno nell’altro senza soluzione di continuità, quasi una coesistenza, perché in fondo così è nella vita di ognuno. Da qui i caratteri stessi dei personaggi, il loro modo di vestire, un po’ goffo, esagerato.
L’idea era proprio quella di rappresentare attraverso il grottesco le esagerazioni umane, la moralità spesso corrotta o deviata dei personaggi, così come gli elementi fantastici servivano a suggerire i loro desideri le loro aspirazioni più nascoste.
Si è scelto un look decisamente retrò. Mi sono spinto verso la stilizzazione di ambienti, costumi, luoghi. Anche se la storia è ambientata ai giorni d’oggi, c’è una nostalgia nella fotografia, nei colori, leggermente slavati e pastello, che ci riporta agli esperimenti del technicolor nei primi film a colori degli anni 60’. La città dove è ambientata la vicenda non è riconoscibile come una particolare città italiana: è un’idea di città del nord, un non-luogo quasi spersonalizzato, fatto di aree pedonali inondate da cartelloni pubblicitari, uffici, grattaceli di cemento armato. Questo permetteva di non localizzare i soggetti e di interpretarli in base ad una diretta riconoscibilità, ma esclusivamente secondo la funzione che avevano dentro il racconto. Sono convinto che se avessi girato la stessa storia ambientadola in maniera concreta, che so Bologna, i portici, il 2004, avrei creato una certa distanza tra lo spettatore e il dramma dei personaggi, inevitabilmente legati all’attualità di una città italiana e non alla condizione universale espressa dai loro caratteri in cui tutti possono riconoscersi. Stilizzando abbiamo creato una bolla, un micro-universo, che come nei cartoons mantiene tutto verosimile e fa sì che lo spettatore stia incollato a quei volti, appositamente troppo spesso fucilati in primissimo piano, a quei sentimenti, quelle smorfie che i personaggi esprimono. Insomma la caricatura ha avvicinato tutto, ha creato una visione in macro, un’intimità sensuale e ironica al tempo stesso.
Il mondo di Mimì Rendano diventa così una miniatura di quello vero, la proiezione metaforica di una quotidianità un po’ cinica e crudele da cui qualcuno ogni tanto cerca di evadere, forse esagerando, per provare ancora ad amare.

Giovanni La Parola