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Intervista al regista Fulvio Wetzl


Intervista al regista Fulvio Wetzl
Il regista Fulvio Wetzl
Come ha iniziato la sua carriera artistica?
Fulvio Wetzl: Ho cominciato come proiezionista al Labirinto, a Roma, che nel 1976 si chiamava cineclub Tevere. E' una sala situata nella cripta della chiesa di San Gioacchino ai Prati. E' stato teatro prima che cinema. Durante la proiezione mi stancavo di stare in cabina e me ne andavo sul palcoscenico dove c'era la scenografia di un salone e da quella postazione mi guardavo i film al contrario attraverso la trasparenza dello schermo. Da questa esperienze è scaturito anni dopo il soggetto del mio primo lungometraggio "rorreT", dove appunto un gestore, interpretato da Lou Castel, osserva in sala le spettatrici dei film del terrore che lui proietta, e seguendo un suo criterio sceglie le sue potenziali vittime. Ho realizzato poi i miei primi superotto "L'Amore è un Salto di Qualità" con Daniele Formica, e "Guardarsi nello Specchio degli Altri", due riflessioni sull'amore e sul cinema che sottiscrivo ancora oggi, a distanza di trent'anni.

Nei suoi film tratta temi sociali molto discussi ed attuali, quali quelli degli handicap nei bambini. Come mai ha scelto queste temetiche? Cosa cerca di rappresentare del mondo dell'infazia nelle sue opere?
Fulvio Wetzl: L'infanzia e l'adolescenza sono due terreni privilegiati per le mie tematiche. Io penso che un regista debba avere una memoria vivida della propria infanzia e ricordarsi soprattutto con assoluta chiarezza di quello che lo ha emozionato nei primi anni. E cerco nel mio cinema di ricreare questi momenti, che appartengono a tutti (perche non tutti purtroppo riusciamo a diventare vecchi, ma tutti senz'altro siamo stati bambini); attraverso le emozioni che provocano queste rievocazioni io parlo alla sensibilità e alla sfera emotiva di ciascun spettatore, a prescindere dalla nazionalità o dalla generazione. Sono cose semplici quasi minimaliste, come il ferro da maglia che rotola dalle gambe di Pupella Maggio quando corre per aprire al figlio Jacques Perrin in "Nuovo Cinema Paradiso" e che cade sul pavimento vibrando prima di fermarsi, o nel mio "Prima la Musica, poi le Parole", quando Giovanni ride vedendo il sarto che taglia la stoffa, muovendo la forbice senza aprirla e chiuderla. Qual'è il bambino che non ricorda con curiosità mista ad emozione queste sensazioni? In realtà i miei protagonisti sono bambini o ragazzi, costretti dalle circostanze a non vivere la propria età ma a diventare adulti loro malgrado: penso a Micol di "Quattro Figli Unici", dodicenne ipertecnologica (il film è del 1992 e prefigura una dipendenza dal computer dei bambini che poi nei fatti è diventata realtà) l'unica che, in una famiglia disastrata di adulti infantili, tiene la barra dritta e riesce ad arrivare alla soluzione del problema, il ritrovamento del fratello adolescente scappato di casa. Penso a Giovanni di "Prima la Musica, poi le Parole", che abbandonato dalla madre e reso handicappato dal padre linguista impazzito che gli ha insegnato soltanto a parlare in un italiano in codice, deve affrontare da solo l'universo esterno, e, nel finale, essere lui a correggere Marina, la logopedista che lo sta aiutando, perché la donna sta facendo gli stessi errori che ha fatto suo padre. Penso infine ai quattro bambini protagonisti di "Mineurs" (che in francese significa sia minori che minatori) costretti dalle circostanze e dall'assenza o dalle incapacità dei genitori a cavarsela da soli per passare il difficile discrimine tra infanzia e adolescenza. I temi sociali non possono non far parte del mio cinema, in quanto ho ancora la ferma convinzione del valore etico della mia professione. Di volta in volta affronto quindi temi come l'handicap, l'integrazione del diverso, l'emigrazione, i difficili rapporti tra adulti e bambini, scegliendo come ottica quella ancora (per poco) incontaminata del bambino.

Ci può parlare del film "Mineurs", proiettato al Giffoni Film Festival 2007?
Fulvio Wetzl: "Mineurs" è un film nato dalle mie frequentazioni della Lucania, insieme a Valeria Vaiano. In quella regione negli ultimi quattro anni, con Valeria abbiamo realizzato tre mediometraggi nati all'interno di istituti scolastici inferiori: "Darsi alla Macchia", "1806, dalla Terra alla Città", "Scolari", interpretati da tutte le persone coinvolte nella scuole. dagli alunni, ai genitori, agli insegnanti, al personale scolastico. Frequentando e cominciando a conoscere a fondo la regione, ci siamo resi conto di quanto la tematica dell'emigrazione fosse ancora viva e presente nella popolazione. Ci siamo documentati per un anno, con interviste e lettura di testimonianze, e poi abbiamo scritto la sceneggiatura la scorsa estate. Di nuovo il punto di vista che ho scelto è quello dei bambini in difficoltà, questa volta moltiplicato per quattro. E' un film diviso in tre parti: i primi 50 minuti ricostruiamo la quotidianità di questi bambini in un paese ideale della Lucania: la vita per strada, l'attesa delle telefonate dal Belgio, la scuola, i giochi, gli scherzi, le morti, i riti religiosi. Due di questi bambini debbono trasferirsi in Belgio, Armando con la madre Vitina (Valeria Vaiano) deve raggiungere il padre (Franco Nero): Egidio si traferisce con tutta la famiglia. Il lungo viaggio in treno con soste e peripezie, funge da intermezzo. La terza parte è l'integrazione nella parte fiamminga del Belgio, con tutte le difficoltà linguistiche e umane che questa comporta. E' un film profondamente sentito da noi che ci siamo calati quasi in maniera mimetica in problematiche fino ad allora lontane da noi. L'esito che sta riscontrando nelle proiezioni che abbiamo fatto in Lucania ci conferma che emotivamente abbiamo centrato l'obiettivo che era quello di riflettere e far riflettere emozionando. Anche a Giffoni è successa la stessa cosa, e sappiamo che i giurati bambini di quel festival sono cinematograficamente e culturalmente molto attrezzati. Ora ci attende una tournee che cominciando dalla Francia e dal Belgio (Annecy, Villerupt, Genk) ci porterà in Svizzera, Sud America, in Canada, Australia dove le comunità italiane sono numerosissime.

Come è stato lavorare con gli studenti dell'Istituto di Istruzione Superiore "Don Milani - F.Depero" nel film "Non Voltarmi le Spalle"?
Fulvio Wetzl: E' stata un'esperienza molto positiva. Far lavorare un gruppo di 20 ragazzi di 16-18 anni anche dodici ore al giorno per 7 giorni di fila, proprio nel momento esistenziale in cui la pigrizia, la neghittosità prendono volentieri il sopravvento, è stata una scommessa vinta. I ragazzi hanno sposato in pieno il progetto e senza tentennamenti hanno realizzato, prima la sceneggiatura, nata da un soggetto del professor Roberto Bombardelli, loro insegnante, insieme a me, Valeria Vaiano, Maria Pia Oliviero, poi le riprese che hanno visto coinvolto tutto il territorio roveretano, compreso il MART, il nuovo museo d'arte contemporanea di Mario Botta, dove è ambientata una lunga sequenza. Quello che è successo di importante è che la protagonista, la ragazza sorda Stefania Pedrotti, non apparteneva a quella scuola, e che quindi i ragazzi hanno fatto dal vivo il processo di integrazione cui assistiamo nel film.

Nei suoi ultimi film ha scritto varie sceneggiature ed ha fatto recitare Valeria Vaiano. Cosa l'ha colpita di questa giovane artista e come vi siete conosciuti?
Fulvio Wetzl: Ho conosciuto Valeria Vaiano tre anni fa, e da subito abbiamo cominciato a lavorare insieme. Il primo coinvolgimento è stato farla recitare accanto a Patrizio Rispo, in "Rapide Fughe" il saggio del corso 2004 di regia che tenevo nella Scuola di Cinema "Anna Magnani" di Prato. Poi abbiamo lavorato, come ho già detto, nei progetti scolastici in Lucania. E' lei che mi ha messo in contatto con Roberto Bombardelli della scuola Don Milani Depero e che ha suggerito il tipo di handicap, la sordità. Valeria infatti, proprio per esperienza personale, è figlia di sordi, si è specializzata in Lingua Italiana dei Segni (L.I.S.), e quindi nessuno meglio di lei poteva interpretare l'assistente alla comunicazione Giorgia del film. Non solo. la storia del film riflette quella che è stata una sua esperienza didattica in una scuola di Torre del Greco. Il suo lavoro di attrice in questi anni è stato prezioso anche per le indicazioni che lei ha potuto dare in qualità di aiuto-regista agli interpreti-non attori delle altre parti nei due lungometraggi "Non Voltarmi le Spalle" e "Mineurs, sia ai bambini e ragazzi che agli adulti che hanno prestato la loro faccia e la loro disponiblità per interpretare ruoli anche delicati e importanti. Oltre che un interprete sensibile e appassionata, quando serve, perfettamente in ruolo sia nella modernità e nella tenacia educativa di Giorgia ("Non Voltarmi le Spalle"), che nella rievocazione di donna lucana altrettanto tenace nel rivendicare diritti sacrosanti come la dignità di una casa in muratura o condizioni di lavoro adeguate. E' un esperienza che conto di continuare in futuro.

Come è avvenuta la realizzazione e come ha lavorato nei film collettivi quali "Un Mondo Diverso è Possibile", "La Primavera del 2002", "Lettere dalla Palestina"?
Fulvio Wetzl: Nel 2001 Citto Maselli ad un convegno lanciò una proposta, la realizzazione di un lungometraggio collettivo che documentasse le giornate del Social Forum di Genova, a ridosso del G8. Roberto Zaccaria, il direttore della RAI di allora, che era presente si alzò e disse se lo realizzate la RAI contribuisce con 150 milioni. Mauro Berardi si offrì come produttore e Citto cominciò a reclutare registi, arrivando alla cifra di 33, che sarebbero diventati 50 in occasione de La primavera del 2002. Era indispensabile per testimoniare eventi così complessi e articolati come social forum o manifestazioni di massa come i tre milioni di Cofferati che ci fossero più autori e operatori a diramarsi lungo i percorsi e nelle varie sedi degli incontri. Genova poi divenne qualcos’altro e le nostre immagini hanno potuto documentare in tutti i dettagli gli scontri, la città cinta d’assedio, i containers, la zona rossa. Io in particolare ebbe l’opportunità di essere a pochi metri da piazza Alimonda con il mio operatore Francesco Tanzi, quando fu ucciso Carlo Giuliani. Filmammo tremando tutto i macabri rituali del dopo, fotografi, poliziotti infiltrati, lenzuola intrise di sangue, Un esperienze che ho messo qualche mese a metabolizzare. Con i 30 registi iniziali abbiamo fondato una Onlus Cinema nel Presente che ha prodotto fino al 2004 13 film tre cui "Carlo Giuliani Ragazzo", i miei due "Faces-Facce" nato utilizzando esclusivamente le mie immagini di Genova, per testimoniare in primi e primissimi piani di più di cento partecipanti da giovanissimi a meno giovani, le aspettative, le speranze del popolo di Genova; e "Fame di Diritti" che è nato a ridosso della mia partecipazione a "La Primavera" del 2002. In questo caso andai a Torino, presi il treno di notte per Roma con i metalmeccanici della Fiom, intervistai più di cento persone, poi ne scelsi 10, tornai a trovarli nel posto di lavoro a Torino, e li ritrovai infine nella giornata di sciopero generale sempre a Torino. Da intervistati casuali diventarono così in qualche modo personaggi seguìti in un momento particolare di lavoro e di presa di coscienza. Un esperienza a parte è stata "Lettere dalla Palestina" che ha coinvolto 11 di noi (Maselli, Monicelli, Scola, Wilma Labate, Martinotti, R. Giannarelli, G. Berlinguer, Maurizio Carrassi, Franco Angeli) nella costruzione di un vero e proprio lungometraggio a soggetto con più storie vere ricostruite di vita vissuta palestinese, la quotidianità possibile anche se impensabile nel perenne stato di assedio di quel popolo. Il film è un esperimento di ibridazione tra documentario e fiction, per cui gli episodi sono ricostruiti, il più delle volte con gli stessi protagonisti che li hanno vissuti, e mentre agiscono seguendo percorsi o dicendo frasi prestabilite, intorno a loro prendono vita contestualizzazioni prese dal vero, le file ai ceck-point, i tank israeliani in movimento.

Lei è stato anche docente di regia alla Scuola di Cinema “Anna Magnani” di Prato. Ci può parlare un po' di questa sua esperienza?
Fulvio Wetzl: Fui coinvolto nel 2000 da Massimo Smuraglia, il direttore della scuola e proposi quello che poi è diventato per qualche anno, fino al 2005, il modello didattico, il cortometraggio collettivo, scritto e diretto dai dieci allievi registi. Dalla ideazione o individuazione del soggetto, alla stesura della sceneggiatura, alla pianificazione della lavorazione, alle tre giornate intensive di riprese vere e proprie (in cui ogni allievo aveva la paternità e la scelta registica di una scena), fino al montaggio in finalcut e alla post produzione. Un iter frenetico ma oltremodo costruttivo che ha coinvolto nello spazio dei miei quattro anni di corso 40 allievi e a prodotto quattro cortometraggi "Totale Assenza di Segnale", "L’Età Facile", "Binario 5 Ore 11", "Rapide Fughe". Qualcuno dei ragazzi poi me lo sono portato dietro sul set dei miei film.

Come considera il panorama cinematografico italiano attuale?
Fulvio Wetzl: Estremamente variegato ed estremamente parcellizzato. Le difficoltà produttive e distributive, la precarietà e la scarsità dei contributi statali e/o prevendite televisive costringono ciascuno di noi a trovare le proprie strade produttive nei rivoli dei fondi sociali europei, nei contributi regionali, nei capitoli di spesa scolastici, negli sponsor, nelle film commission, nel generale abbattimento dei costi che ha determinato l’avvento del digitale. E’ un lavoro logorante che molti miei colleghi rinunciano a fare e infatti sono fermi da anni. C’è lo zoccolo duro del cinema commerciale (De Laurentiis, Medusa) ci sono i produttori di successo per il prodotto medioculturale (Riccardo Tozzi, Maurizio Totti, Pietro Valsecchi) e le relative lobby (attori sotto contratto in esclusiva) filiere cinema-televisive consolidate. Ogni anno c’è però un fiorire, un pullulare di esordi alcuni molto interessanti, altri meno. Dei miei colleghi che apprezzo e stimo ci sono Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Paolo Franchi, Alina Marrazzi (anche se lavora magistralmente sul repertorio), Emanuele Crialese, Antonietta De Lillo, Costanza Quatriglio, poi Mimmo Calopresti, Nanni Moretti, Daniele Luchetti, Mario Martone, Silvio Soldini. Sono i primi che mi vengono in mente e non voglio forzare la memoria. Sono momenti difficili per la stasi dello Stato, dei finanziamenti pubblici, per la paralisi delle televisioni, e i meccanismi stessi di coinvolgimento degli enti televisivi nei progetti. Bisogna diventare creativi come produttori di noi stessi, inventare le connessioni, i coinvolgimenti anche più disparati, in attesa che il mercato cinematografico e la giurisdizione che lo governa diventi più giusta e più agevole. Per questo i Cento Autori di cui faccio parte stanno lavorando a fianco del loro lavoro creativo e alla ricerca spossante dei capitali. Chi ha la forza di reggere e di reagire vedrà i risultati.

Come crede si possa migliorare la distribuzione delle pellicole italiane in sala?
Fulvio Wetzl: Anche qui c’è un sistema consolidato che massacra il cinema indipendente. Il tessuto di sale è nel breve volgersi di anni totalmente cambiato. Si è radicalizzato nella direzione dei multiplex che sono del tutto in mano alle major nostrane e americane. Le monosale sono quasi sparite, ci sono delle piccole multisale culturali sul modello dell’Anteo a Milano, ma sono poche. Qui l’avvento del digitale, sia in ripresa che in riproduzione, può aiutarci, oltre al circuito dei circoli culturali. Per esperienza diretta posso dire che esiste al di là del circuito ufficiale monitorato da Cinetel, un circuito di oltre un migliaio di sale che fanno cinema non tutti i giorni. Il circuito dei cineforum, dei cinecircoli, dove spesso la vita dei nostri film dura di più. Parlo del caso del mio film "Prima la Musica poi le Parole", che nel circuito cinetel ha incassato 250 milioni, quando ne ha incassati 750 nel circuito non monitorato… Il modello francese delle sale culturali (il 30%!) oggi da noi è un’ utopia. Se si riuscisse a clonare il modello Anteo o Sacher (anche Nanni Moretti ha fallito a Imola) forse piano piano… Nel frattempo cerchiamo di sfruttare il già esistente, proponendo (ma poi serve veramente?) ad esempio che vengano monitorati da Cinetel anche tutti i cinecircoli perché le classifiche Cinetel e le conseguenti quote e acquisti televisivi siano fatti non su dati parziali, ma su qualcosa che si avvicina il più possibile alla realtà.

30/08/2007

Simone Pinchiorri