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Gabriele Salvatores: "Stranamente alcune di queste storie
non le ho cercate, ma loro hanno cercato me"


Abbiamo intervistato il Premio Oscar Gabriele Salvatores, autore del film "Come Dio Comanda" in sala dal 12 dicembre 2008. Riguardo agli Oscar 2008 il regista è fiducioso: "Credo che “Gomorra” sia il film più bello. Non solo ha tutte le carte in regola ma anche delle chances importanti visto che la produzione l’ha fatto giustamente uscire prima dell’Oscar nelle sale americane"


Gabriele Salvatores:
Al di là dei brani musicali che al termine della proiezione rimangono in testa, il film vive soprattutto grazie ad una grande musicalità intesa come ritmo. Ma la musica sembra avere anche un ruolo “altro” e “alto”, perché i personaggi riescono ad estraniarsi e a tornare nella realtà terrena solo venendo a contatto con una canzone. Che tipo di lavoro è stato fatto per ottenere questo?
Gabriele Salvatores: Sono molto contento di quello che dice, perché è difficile da capire ma è esattamente quello che volevo fare. Non mi piace quando si utilizza la musica come un cameriere con i guanti bianchi che ti serve la pietanza. Preferisco quando prende un ruolo autonomo e diventa uno sguardo esterno in più sui personaggi.

Il film parla del rapporto tra un padre ed un figlio. In un certo senso il romanzo “Come Dio Comanda” è per Ammaniti stesso un figlio e, vederlo ridurre per adattarlo ad una trasposizione cinematografica sembra quasi vedergli “mozzare” un arto. Quali sono stati i passaggi chiave per la buona riuscita?
Gabriele Salvatores: Una delle persone che ha sofferto di più per questi tagli è stato uno che nel film in realtà non c’è, Diego Abatantuono. Quando ha saputo che avrei girato il film, lui che ha tanto amato il romanzo, mi ha chiamato dicendo che si voleva “prenotare” il ruolo di Danilo Acrea, personaggio molto divertente ma che abbiamo dovuto tagliare. Niccolò alla prima riunione di sceneggiatura ha detto che nello spazio di poco più di novanta minuti non saremmo riusciti a contenere tutto, sia elementi drammatici che comici. Il rischio era quello di essere superficiali e di non approfondire poi niente. Diciamo che è stata una sua scelta quella di stringere sul rapporto padre-figlio-Quattro Formaggi e devo dire di essermi trovato subito d’accordo.

Un “comico di professione” nel cinema di Salvatores è un elemento che non manca mai. Lunga è la lista di attori, tra i quali Bisio, Abatantuono e Rossi, che si sono calati in parti a volte per nulla “comiche”. Questa volta è toccato ad un convincente Fabio De Luigi che sembra servirle non solamente per permetterle di smorzare la tensione. E’ così?
Gabriele Salvatores: Sono d’accordo. Fabio è un attore molto bravo che viene da esperienze anche più complesse, anche se poi uno prende una strada e diventa più riconoscibile per elementi precisi. Come persona è molto generosa ed è importante nella scelta degli attori conoscere l’uomo. Anche lui nel film è una figura di padre, certo non perfetto, che nel romanzo aveva delle occasioni di comicità fortissime che però abbiamo tagliato. So che per quello che sto per dire mi farò qualche nemico, ma penso che un attore comico sia in grado di fare bene delle parti tragiche. Ad esempio Paolo Villaggio sarebbe un meraviglioso Re Lear, ma non è sempre vero il contrario, è difficile che un attore abituato al tragico riesca a far ridere.

Rimanendo in tema, per il ruolo di Rino Zena, padre decisamente controverso, serviva un attore capace di far sorridere e allo stesso tempo creare disgusto. Leggendo le pagine del romanzo per lei aveva già il volto di Filippo Timi?
Gabriele Salvatores: Filippo lo osservavo già da un po’ di tempo. Ha lavorato con il "Teatro dell’Elfo" che è la mia compagnia teatrale e devo dire che per quello che sapevo di lui e ho potuto verificare, come canta Loredana Bertè in una canzone presente nel film è uno “che non ha avuto molte stelle nella vita, per cui la guerra non è mai finita”. Ha avuto parecchie difficoltà ed è partito con degli handicap, ma che ha saputo per amore e forza di volontà superare. Ha dentro una rabbia antica ma anche una grande capacità di generosità e amore ed in questo senso era vicino al personaggio. Una balla canzone di Leonard Cohen dice “ogni cosa ha una crepa, cosicché la luce possa entrare” e io volevo trovare all’interno di un personaggio scomodo,difficile, scorretto, una crepa che Filippo ha e fa vedere.

A partire da “Io Non Ho Paura”, passando per “Quo Vadis Baby?” e arrivando a “Come Dio Comanda”, si è avvicinato alla letteratura per trarne opere cinematografiche. E’ solo un caso o si tratta di una “svolta” nella sua carriera?
Gabriele Salvatores: Probabilmente è un caso, ma come dice Freud “i casi non sono mai casuali”. Stranamente alcune di queste storie non le ho cercate, ma loro hanno cercato me. Io non avevo letto “Io non ho paura”, fu Niccolò a darmelo la sera che ci siamo conosciuti ad una cena. Ultimamente i romanzieri del secondo dopoguerra sono molto influenzati nel loro immaginario dal cinema, dai cartoons, dai fumetti e dai videogiochi e sono molto più vicini nella loro scrittura al cinema. Per esempio questo film ha, per la prima volta nel mio cinema, trentacinque minuti di totale assenza di dialoghi. C’è l’azione, c’è qualche urlo, ma per il resto è silenzio. Credo che oggi il dialogo tra letteratura e cinema sia più facile.

Lei ha vinto l’Oscar per “Mediterraneo” e ha ricevuto una seconda candidatura con “Io non ho paura”. Conoscendo l’ambiente dell’Accademy e osservando gli altri concorrenti, crede che “Gomorra” possa avere le carte in regola per trionfare tra i film stranieri?
Gabriele Salvatores: Beh, “La Classe” è un film bello ed importante. Anche “The Millionaire” è una bella pellicola e Danny Boyle è un bravo regista. Conoscendo l’Accademy e il pubblico americano i pericoli più grossi possono venire da lì, però credo che “Gomorra” sia il più bello. Non solo ha tutte le carte in regola ma anche delle chances importanti visto che la produzione l’ha fatto giustamente uscire prima dell’Oscar nelle sale americane, a differenza di altri film tra cui “Mediterraneo”. La pellicola può concorrere a tutte le categorie e questo gli da delle possibilità in più. Garrone ha fatto decisamente un bel film e sono davvero contento per lui perché gia dai primi cortometraggi ho sempre pensato che Matteo fosse un grande regista.

Generalmente si parte da una serie tv per crearne un lungometraggio. E’ particolare notare come con “Quo Vadis Baby?” e nello stesso periodo con “Romanzo Criminale”, sia avvenuto l’esatto contrario. Cosa l’ha spinta ad esplorare il mondo della serialità?
Gabriele Salvatores: Mi sembra che questa televisione sia stata un po’ snobbata, ma in realtà non è né buona , né cattiva, dipende da quello che tu ci metti dentro. Credo che la possibilità di fare una serie tv con temi e personaggi non tradizionali, che non stia dietro al pubblico, ma almeno un passo davanti, sia davvero interessante.

Ma la sua voglia di sperimentazione sembra non avere limiti e con “Petites Historias das Crianças” si cimenta per la prima volta con il documentario. E’ stato solo un caso o pensa di riapprovarci?
Gabriele Salvatores: Questa è stata una gran bella occasione che mi è servita molto perché il documentario e il cinema di fiction sono fratelli. Il cinema dovrebbe cercare di raccontare la realtà utilizzando una finzione, mentre nel documentario riprendi la realtà ma devi dargli una dimensione narrativa, quindi le due cose sono importanti perché una aiuta l’altra.

10/12/2008, 22:52

Antonio Capellupo