Festival Internazionale della Cinematografia Sociale \
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Note di regia del film "Il Primo Pensiero"


“Il Primo Pensiero” vuole essere innanzitutto una riflessione sul destino. Il protagonista vive fortemente il disagio della sua emarginazione nei confronti di una società dove non si ritrova e di un contesto biologico che non lo rende felice. Ricerca un senso vero alla sua esistenza ma non riesce a trovarlo. Quello che succede appena dietro ai suoi occhi però, e dietro anche quelli della maggioranza degli altri personaggi che gli gravitano intorno, sembra riuscire a suggerirlo invece un senso, ed è un “senso originale”; c’è l’idea cioè di un destino, e quindi di un deus ex machina, non cattivo ma anzi quasi comprensibile e a portata di mano, che sembra portare le persone lungo una strada più o meno comune che, con un po’ di attenzione in più, forse si potrebbe riuscire a rintracciare ed apprezzare.
Certo si avverte un forte alone di malinconia (vedi non solo il contesto generale ma anche e soprattutto i dialoghi e le musiche), che è il leitmotive di tutti i miei lavori, però nel caso di “Il primo pensiero” in certi momenti ho addirittura cercato dei piccoli accenni di commedia e di rock nei titoli di testa della colonna sonora. Certo mi interessava rendere l’idea dello struggimento dell’esistenza con la narrazione di questo giovane uomo, nel quale certo mi rivedo come in tutti i protagonisti dei miei film, che cerca con tenacia e grande perseveranza il suo posto nel mondo. Fabio all’apparenza è un ragazzo debole a causa della sua eccessiva sensibilità che lo porta a perdersi facilmente e a buttarsi via, ma proprio per questa sua particolare emotività nasconde una grande forza che è la sua forza appunto; quella di vivere veramente, attimo per attimo, le proprie gioie ed i propri dolori, quella di essere ancora capace di emozionarsi e di non tirarsi mai indietro nei confronti di quello che gli succede (e ad un certo punto, in quella che si può definire la scena madre del film, riesce anche ad intuire il dato di fatto di non avere in fondo niente da lamentarsi e di potersi riconoscere non felice come vuole lui ma in fondo quasi felice).
Dal punto di vista tecnico ho lavorato in modo canonico ma articolato come sono solito fare, ma è il primo mio film che denota una certa maturità nei confronti nei mezzi tecnici (ci sono carrelli ed un dolletto). Certo, avendolo girato otto anni fa, è un lavoro superato, soprattutto a livello di direzione degli attori ma anche in quella che potrei definire la piattezza della mia tematica dei sentimenti. Poco fa però, rivedendolo per compilare queste righe, mi sono ritrovato con le lacrime agli occhi: credo che questo qualcosa voglia dire riguardo alla coerenza personale, intellettuale e professionale, che ho manifestato con questo lavoro che è stato, tra i miei film, quello più premiato.

Giovanni Galletta