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Claudio Casadio: "La mia esperienza teatrale è servita per la
costruzione del personaggio di Armando nell'Uomo che Verrà"


Claudio Casadio, dal teatro al cinema con "L'Uomo che Verrà" di Giorgio Diritti, il film sull'eccidio di Marzabotto ad opera dei nazisti pluripremiato alla 4° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.


Claudio Casadio:
"L'Uomo che Verrà" di Giorgio Diritti è il suo primo film da attore cinematografico dopo tanti anni di teatro. Ci può parlare di come ha vissuto questa esperienza?
Claudio Casadio: È stata senza dubbio un’esperienza totalizzante che mi ha coinvolto emotivamente e professionalmente. Giorgio Diritti ha assistito ad un mio spettacolo in teatrale a Modena e mi ha chiesto se avessi voluto partecipare al suo film sulla strage di Marzabotto, poichè cercava attori emiliani: non avrei mai immaginato di intraprendere un’avventura così intensa, emozionante, importante per me e per il mio lavoro d’attore. Conoscevo fin da piccolo la storia dell’eccidio di Marzabotto, la mia famiglia aveva sofferto la guerra, mio padre era stato due anni nei campi di concentramento in Germania, e quella strage di civili innocenti mi era stata portata come esempio della ferocia nazista. Avevo dato a Giorgio Diritti la disponibilità al suo progetto perchè trovavo importante che un regista avesse voglia di raccontare quella pagina di storia avvenuta nella mia regione, ma non avrei mai immaginato, che potesse rischiare tanto, fino al punto di affidarmi il ruolo di Armando, il protagonista maschile del film. È stato un lavoro molto duro e faticoso dal punto di vista fisico: giravamo sulle colline bolognesi a pochi kilometri dai luoghi della strage; il freddo, la pioggia, il fango, la neve, creavano problemi quotidiani a tutta la troupe, ma l’entusiasmo di Giorgio Diritti faceva superare qualsiasi difficoltà. Sono stato subito accettato e stimato da tutta la troupe, e questo per me è stato importantissimo perchè gli consideravo un po’ come un pubblico di teatro che sapeva incoraggiarmi con sorrisi e sguardi di consenso. Diritti mi ha lasciato fare, consigliandomi nei momenti giusti, e non ho mai trovato in lui dubbi sulla sua scelta e sul mio lavoro, dandomi un’energia incredibile che mi permetteva di affrontare più volte anche scene molto faticose. Ogni giorno era una sfida da vincere tutti insieme, ognuno con un compito importante. Abbiamo condiviso difficoltà ed emozioni che credo resteranno per sempre nel cuore di ognuno di noi.

Cosa ha portato del suo bagaglio teatrale nel personaggio che intepreta nel film?
Claudio Casadio: Credo che per un attore di teatro la prima cosa da fare sul set sia quella di imparare a sottrarre molto alla recitazione. Io, poi, sono un attore molto espressivo, abituato a dare forza ai miei personaggi per poter arrivare anche all’ultimo spettatore. La mia esperienza teatrale è servita per la costruzione del personaggio, la mia dimestichezza con l’apprendere a memoria, l’uso della voce, l’abitudine all’ascolto quando si lavora in gruppo. Giorgio Diritti in questo film aveva scelto anche molti “non attori”, e io mi sono divertito ad aiutarli, a imparare le loro battute quando avevano una scena con me e abbiamo ottenuto ottimi risultati. Mi è piaciuto recitare con lo sguardo, cosa che ora applico di più anche in teatro, col pensiero e con piccoli muscoli facciali. Una recitazione più intima e sussurata  a cui non ero abituato e che sicuramente permette di dare una verità più profonda al personaggio.

È stato difficile girare il film in dialetto emiliano?
Claudio Casadio: La proposta di recitare nel dialetto bolognese delle colline è stata fatta a noi attori da Giorgio Diritti quindici giorni prima dell’inizio delle riprese e devo ammettere che è stata accettata da tutti con entusiasmo, perchè abbiamo subito capito che avrebbe dato al film un maggior senso di forza e verità. In italiano non sarebbe stato credibile, e se avessimo usato la tipica cadenza bolognese cabarettistica, saremmo sprofondati nella parodia. Tutti noi amavamo molto i nostri personaggi e meritavano lo sforzo che ci veniva richiesto.
Io sono romagnolo e il mio dialetto è abbastanza diverso da quello bolognese; ed avendo poi già recitato in teatro in francese e spagnolo la cosa non mi spaventava più di tanto. Abbiamo studiato molto con Giorgio Monetti, un anziano, distinto signore che vive sulle colline e mentre incameravo queste parole e questi suoni, sentivo che già la forza del personaggio prendeva vita dentro di me.

"L'Uomo che Verrà" è stato il film più premiato alla 4° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Qual è secondo lei l'arma vincente della pellicola?
Claudio Casadio: Credo che Giorgio Diritti, come artista, abbia raccolto l’idea di raccontare la strage di Marzabotto in un momento di grande disillusione politica. Al Festival Internazionale del Film di Roma, durante un incontro con dei giovani studenti, sono rimasto molto colpito da come avessero recepito e apprezzato il film e questo ha dato ancora più senso al nostro lavoro. E poi è un'opera vera, fatta con grande rispetto ed amore e questo lo spettatore lo avverte. Un altro punto molto importante è come Giorgio sia riuscito a "mescolare" un gruppo di attori con uno di "non attori" che ha lavorato insieme credendo in questo progetto. Durante certe scene molto forti, sul set, scendeva  un silenzio di rispetto che metteva i brividi; eravamo tutti coscenti di essere chiamati a testimoniare un pezzo della nostra storia da non dimenticare.

Le piacerebbe continuare a "fare cinema", sulla scia dei suoi illustri predecessori nati come attori teatrali tra i quali, il più illustre, Toni Servillo?
Claudio Casadio: Lavorando molto in teatro non avevo mai pensato al cinema, e con questo film ho sicuramente fatto un’esperienza molto importante. Se qualche regista vedendomi sullo schermo mi offrirà un’altra opportunità, sarò ben lieto di valutarla. In  questo momento sono molto felice per gli apprezzamenti ricevuti e i premi che il film ha ottenuto al Festival Internazionale del Film di Roma. E' stato il mio primo film e credo che è una pellicola importante e questo mi appaga come attore e come uomo.

29/10/2009, 18:04

Simone Pinchiorri