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Note di regia del film "La Straniera"


Note di regia del film
Una storia orientale nella Torino di oggi. Un romanzo crudele come un crimine, scritto con poesia e fantasia. Così Tahar Ben Jelloun presenta La straniera, il primo romanzo di Younis Tawfik, lo scrittore iracheno che vive da più di vent’anni a Torino, insegna letteratura araba, e sceglie di scrivere il suo romanzo in italiano.
Anche Naghib, il protagonista del film, vive a Torino e fa l’architetto. E’ un immigrato di lusso che non vuole ricordare le sue origini. Amina la straniera, invece, il suo mondo se lo è portato con sé e le manca il sole del suo deserto. In quella Torino così fredda e grigia lei fa la prostituta. E si incontrano.
Come il Principe e Cenerentola, Amina e Naghib camminano in quei salotti ottocenteschi che sono le piazze di Torino la notte, illuminate dai lampioni. Per Amina, Naghib è veramente il principe azzurro, ma sembra lui sotto incantesimo. È lui che non vuole parlare arabo, è lui che non è più tornato da sua madre e suo padre e non sa perché, è lui che non sa né di dov’è né chi è. Amina rompe l’incantesimo, solo con la sua semplicità, con il suo essere Amina. Lei conosce la vita, sa cavarsela, e poi Amina è sincera, è orgogliosa, è intelligente, è spiritosa. Lo fa ridere, ma soprattutto lo fa pensare.
Ma Amina fa la prostituta, Amina vende il suo corpo sul marciapiede e allora il Principe e Cenerentola diventano come Giulietta e Romeo. Il destino ci mette la sua, ma è inevitabile, è la vita. Si perdono, si pensano, si desiderano…
È la storia di due immigrati, ma è qualcosa di più, è la storia d’amore struggente tra una donna ed un uomo costretti a incontrarsi tra le regole, i pregiudizi, le convenzioni, di un mondo più stretto dell’umanità che contiene.
È questa storia vista dal di dentro e non dagli occhi di un italiano che ha colpito la mia curiosità e che mi ha spinto a raccontare per immagini una favola così moderna.
Una favola nella Torino di Porta Palazzo, dove le insegne dei negozi sono in arabo, dove le macellerie vendono carne macellata secondo la sharia islamica, dove nelle soffitte abitate un tempo dagli immigrati meridionali, oggi vivono stipati ragazzi marocchini, tunisini, egiziani.
E allora i colori della favola si impregnano di una verità da documentario. Le voci sono quelle degli arabi quando parlano nella loro lingua. Le facce sono quelle della realtà con tutta la sua durezza, ma anche con tutta la sua bellezza, come possono essere belli e profondi gli occhi neri di una ragazza marocchina.

Marco Turco