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"La Pecora Nera": un film tra echi pasoliniani sulla
rappresentazione lucida e cruda del disagio sociale


Ascanio Celestini ha presentato il primo film italiano in concorso a Venezia 67: "La Pecora Nera" che segna il debutto alla regia dell’attore e drammaturgo romano. Il film è tratto dall’omonimo libro di Celestini, famoso al grande pubblico soprattutto per la sua partecipazione al programma di Serena Dandini "Parla con me".


La pellicola è stata girata nel manicomio di Santa Maria della Pietà e vede la partecipazione di due attori di grande talento e sensibilità, Maya Sansa e Giorgio Tirabassi. Ascanio Celestini, teatrante e narratore molto vicino alle tematiche sociali, segue una scrittura legata alla ricerca sul campo ed è da sempre interessato all’indagine nella memoria di eventi e questioni legate alla storia recente e all’immaginario collettivo. "La Pecora Nera" è stato anche un lavoro teatrale presentato nei teatri di tutta Italia.

Il film si muove tra echi di pasoliniana memoria fino alla rappresentazione più lucida e cruda del disagio sociale. Nicola, il protagonista, è uno che ha vissuto trentacinque anni di “manicomio elettrico” e nella sua testa “particolare” realtà e fantasia si incontrano e si scontrano continuamente producendo illuminazioni e intuizioni profondissime. Nicola è nato nel favolosi anni Sessanta e il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che percepisce al di fuori. Un mondo vorace, affamato, che ingoia tutto senza fermarsi un momento e dove l’unica cosa che sembra non consumarsi mai è la paura.

Ascanio Celestini ha spiegato in conferenza stampa di aver impiegato tre anni per la realizzazione del film, facendo interviste e mettendo insieme il materiale ricavato dalle storie raccontate da chi il manicomio l’ha vissuto. L’argomento, anche dopo la chiusura dei manicomi, rimane di attualità, specie oggi che il mondo sembra aver perso la direzione giusta. Già, ma poi qual è la direzione giusta? Cosa vuol dire pazzia, follia, sanità mentale? Il regista ha raccontato di aver scelto di indagare non la follia lucida, quella che la gente comunemente immagina, ma il disagio e, magari, il degrado mentale. Il lato migliore, e non il più bello (come ha sottolineato) della pazzia, non la follia poetica della più elegante tradizione letteraria. Ha ricercato proprio la condizione sospesa del disagio mentale, seguendo una traccia narrativa personalissima, usando un linguaggio forte e sporco, oltre che imprevedibile.

La storia ha un sapore neo-neorealista e la sfumatura di utilità del racconto sociale permeato da sottotrame e affabulazioni quanto mai necessarie al contesto. Una narrazione che sta a metà tra la denuncia e l’altrove, anche senza essere particolarmente sulla notizia. Notevole l’approccio pasoliniano dell’argomento, che non vuol necessariamente denunciare, ma far scoprire allo spettatore un universo poco – o niente – conosciuto.

Bellissima e struggente l’interpretazione dell’ottimo Giorgio Tirabassi.

02/09/2010, 19:30

Claudia Verardi