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Documentari in Sala, "Fall Out" e le
conseguenze del disastro nucleare


Documentari in Sala,
Do you remember Chernobyl?
Per molti, il primo dei disastri nucleari finito nel dimenticatoio; un capitolo chiuso, delle cui conseguenze nessuno intende parlare. "Fall-Out", il documentario di Daria De Benedetti e Francesca Politano presentato al Cinema Aquila di Roma nell'ambito della rassegna Contest Documentari in Sala, ci mostra invece una realt ben diversa, dove nulla o quasi cambiato a ben 25 anni dall'esplosione.

Nato inizialmente come progetto fotografico, "Fall-Out" un lavoro scarno e volutamente sgrammaticato, quasi come se nell'intento delle registe la qualit dei contenuti dovesse essere preponderante rispetto alla forma cinematografica.
Il documentario composto da interviste ai sopravvissuti del disastro ma anche a chi, quel 26 aprile 1986, non era ancora nemmeno nato e oggi vive sulla propria pelle l'entit di una catastrofe che ancora difficile quantificare pienamente. Ne esce fuori un quadro drammatico, quello di una popolazione essenzialmente dimenticata (dalle autorit, come dall'opinione pubblica mondiale) e che nel silenzio continua ad essere decimata dagli effetti delle radiazioni. E forse proprio silenzio la parola giusta per leggere questo disastro.

Come emerge dalle interviste della De Benedetti infatti, nei momenti immediatamente successivi dell'esplosione solo una piccola parte della popolazione venne messa al corrente di quanto stava realmente avvenendo, mentre i pi poveri subirono le ingiustizie pi grandi: tenuti all'oscuro di tutto, vennero evacuati con giorni di ritardo dalle proprie case senza ricevere spiegazione alcuna, ingannati e sedati da un governo pi preoccupato di elargire buoni acquisto per alcolici (si diceva ripulissero dalle radiazioni) che di fornire informazioni su come proteggersi dagli effetti devastanti delle radiazioni.
E poi il crollo dell'economia, di cui tutt'oggi si pagano le conseguenze, e il dramma dei bambini, costretti dall'impossibilit delle famiglie a garantirgli il vitto, a vivere per 6 giorni alla settimana in case-famiglia sorte in tutto il Paese per far fronte a quest'ennesima emergenza. Situazioni cristallizzate da 25 anni, che si consumano in un silenzio assordante, ma che il lavoro coraggioso di queste due registe ha contribuito, almeno in parte, a spezzare.

Un contributo non da poco, in un momento di comodi revisionismi storici sulla questione nucleare.

05/05/2011, 15:44

Lucilla Chiodi