Festival Internazionale della Cinematografia Sociale \
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Note di regia de "L’Incantatore di Serpenti,
la Vita senza Freno di Gian Carlo Fusco"


Un pomeriggio di qualche anno fa, bighellonando tra i reparti di una grande libreria del centro di Roma, scorsi sugli scaffali un piccolo libro con una foto in bianco e nero in copertina e la costina gialla. Sulla foto, scattata da chissà da chi negli ’40, un marinaio entrava in un locale, fumoso e scuro, che si affacciava sul porto di Marsiglia. Quell’immagine destò subito la mia attenzione e mi venne voglia di prendere il libro tra le mani e d’iniziare a scorrerlo. Raccontava, in prima persona, di un giovane anarchico di diciotto anni che, fuoriuscito illegalmente dall’Italia fascista, era approdato a Marsiglia, la città più chiacchierata di Francia. Quel libro era, appunto, “Duri a Marsiglia” e, poco dopo averlo acquistato, ero già in metropolitana a divorarlo; dovevo scendere dopo tre fermate e, per non smettere di leggere, arrivai sino al capolinea e poi tornai indietro.
Quel racconto così fintamente autobiografico, ma ciò nonostante così ricco di personaggi “vivi”, reali, e di atmosfere avvolgenti e rarefatte, mi avevano del tutto conquistato. Il giorno dopo averlo finito, ero già alla ricerca di notizie sull’autore, quel tal Gian Carlo Fusco, giornalista spezzino d’origine, di cui non avevo mai sentito parlare. Volevo sapere di più su quell’uomo. Volevo scoprire se in quel racconto così brillante, e ricco di riferimenti storici, ci fosse qualcosa di vero; se l’autore avesse realmente conosciuto quei luoghi; se, molto ingenuamente da parte mia, avesse vissuto quella vita così avventurosa, sempre sul filo del rasoio. Mi si aprì davanti un mondo: venni a conoscenza di quest’omino dai capelli ricci e arruffati, i baffoni castani e gli occhi di un verde languido, che, con poca dimestichezza con l’igiene personale, aveva un talento naturale nel raccontare ciò che lo circondava, o di cui sentiva solamente parlare, in un modo spettacolare e immaginifico da incantare il lettore in un universo tridimensionale. Un mondo così “vero” da lasciarmi sentire accarezzare dalla lama del rasoio del tal barbiere di Viareggio, o di avere proprio di fronte a me quel killer italoamericano, rimpatriato come indesiderabile, ora intento a vendere gelati in un paesino siciliano. Gian Carlo Fusco fu un uomo che sperimentò tanti mestieri, prima di approdare finalmente alla scrittura, e visse molte vite, alcune probabilmente inventate. Quando arrivò alla redazione de “Il Giorno”, nella prima metà degli anni ’50, era completamente sdentato e gli amici e colleghi, ai quali era solito regalare spaventosi vuoti sorrisi, fecero una colletta e gli acquistarono una dentiera nuova di zecca.
Nei primi anni milanesi, infatti, Fusco si aggirava per le strade della città, e al lavoro, ancora come una sorta di “clochard”, 4 puzzolente e senza denti poiché, quelli veri, li aveva persi quando era boxeur e quelli finti, placcati in oro, se li era venduti durante la guerra. Come ricorda bene Gianni Clerici, era un uomo che lottava a colpi di dentiera; che sfidava i suoi avversari gettandogli quel personale oggetto orale nei bicchieri colmi di liquore, lasciando gli astanti completamente basiti. Era un uomo che con i suoi racconti poteva incantare intere platee e con la macchina per scrivere raccontare una realtà, filtrata dalla sua immaginazione, sempre incisiva, brillante e spesso graffiante come carta vetrata. Raccontare di Fusco, perciò, non vuol dire narrare solo l’uomo e il personaggio; vuol dire narrare tutto un mondo e un sottobosco che lo circondava e di cui egli viveva. Scrivo “viveva”, perché a volte, documentandomi su di lui, ho la sensazione che avesse scelto più la vita alla carriera; che la vita stessa, la voglia spasmodica di essere libero, lo abbia reso indifferente nel distinguere tra racconto orale e scritto, tra ciò che più gli conveniva essere o fare. Inoltre, raccontando il personaggio, non si può far a meno di parlare delle due grandi capitali di cultura italiane, Milano e Roma, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60.
Due luoghi di grandissimo fermento culturale, attraverso i quali un nuovo paese si andava costituendo, forgiato dalla fine della guerra e spinto dai nuovi interessi economici e politici che si andavano delineando. Con questo film ho, pertanto, l’opportunità di far conoscere una personalità brillante, ironica, istrionica e multiforme, che ha inciso su tanti personaggi della cultura italiana, lasciando apparentemente poche tracce. Una personalità che spesso lavorava dietro le quinte ma, sempre, vivendo da vero protagonista. Ho, quindi, l’occasione di dare voce ad un universo che mi ha affascinato ed incantato; un universo costituito da personaggi bizzarri, grandi uomini, momenti fondamentali della storia del nostro paese e tutta una generazione di scrittori e giornalisti, uomini della cultura, dello spettacolo e dello sport, politici anche, che in qualche modo hanno conosciuto l’autore spezzino e ne sono rimasti influenzati e colpiti, a volte anche cambiati. Ricostruire un universo che in molti, forse troppi, hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto, è una delle cose che più mi stimola.
E, per ricostruire al meglio questo universo (quindi per esigenze artistiche), tutto il film sarà girato su “luoghi reali”, mai in teatri di posa, così da far emergere sempre, in modo tangibile, la personalità dell’autore, il suo concreto modo di narrare e tutta la sua vitalità. Gian Carlo Fusco è stato una mente sfavillante a torto dimenticata. A volte sulla scia di ristampe editoriali, o dei ricordi di vecchi nostalgici, egli è oggetto di “revival”, ma sempre in modo marginale; come se quell’ometto, quel maremoto d’inventiva, dovesse essere tenuto a giusta distanza. Evitare che la sua enorme presenza potesse offuscarne altre; o il su essere un uomo non allineato con nessun tipo di schema politico o culturale, potesse creare dei problemi ad un establishment ormai consolidato. Voglio perciò tentare di delineare il ritratto di una persona di per sé sfuggente e caleidoscopica, raccontandone la vita, la carriera e lo spaccato storico/sociale che lo circondava. Rendendo, così, giustizia ad un uomo al cui interno risiedono tanti personaggi in uno, tutti, comunque, protagonisti.

Salvatore Allocca