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VENEZIA 2011: "L'Arrivo di Wang", i Manetti
Bros. e l'indipendente di qualità


Il nuovo lungometraggio dei fratelli Manetti conferma la felice vena artistica dei cineasti e produttori romani. “L'Arrivo di Wang” riesce ad essere un’opera innovativa soprattutto per l’uso credibile del 3D. Il film è costruito su una buona sceneggiatura, su una più che solida messa in scena, e sulle ottime interpretazioni degli attori tra cui Ennio Fantastichini e la brava Francesca Cuttica.


VENEZIA 2011:
I fratelli Antonio e Marco Manetti hanno esordito con “Zora la vampira” e successivamente, con “Piano 17” hanno rinnovato la loro fama di cineasti indipendenti del panorama italiano con un cinema che di direttamente “italiano” non ha di certo troppo, e questo costruisce la loro originalità.

“L'Arrivo di Wang” presentato nella sezione Controcampo Italiano della Mostra del Cinema di Venezia, è un'opera innovativa. Se in “Piano 17” erano stati rispettati l’unità di tempo e di luogo nonché la capacità di fare crescere la tensione, qui la piacevole novità è l’uso del 3D, assolutamente credibile e godibile per un film indipendente.

Le fattezze ed i movimenti della creatura sono perfettamente integrati nell’immagine insieme all’ottima recitazione degli attori, tra cui Ennio Fantaschini, perfettamente in parte, che non mette in ombra però la brava Francesca Cuttica, altrettanto intonata. Il lungometraggio può apparire in certi momenti già visto, ricorda infatti a tratti l’ironia ed il cinismo di "Mars Attacks" di Burton, ma i Manetti riescono a farne comunque un film originale grazie alla loro impronta narrativa piacevole, intelligente e d’impatto non solo al fine della messa in scena.

Gli effetti del finale su Roma, le soggettive tratte dal settore segreto dove avviene la storia, non stonano e soprattutto confermano le intenzioni degli autori di fare qualcosa di diverso e di più audace rispetto a quello che siamo soliti creare qui nel bel paese, in direzione magari del mercato internazionale. Ai Manetti interessa lo spettacolo, non certo sensibilizzare, ma questo continua ad apparire non una scelta dettata dalle convenienze ma parte del loro percorso d’autori. Non si avverte infatti la mancanza di uno sviluppo psicologico dei personaggi, e questo non è solo un segno del buon lavoro sulla sceneggiatura ma dichiara la riuscita dei loro intenti.

07/09/2011, 09:00

Giovanni Galletta