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UMBERTO LENZI: "L'investigatore Bruno Astolfi è come me"


Dopo una carriera da regista, si è riscoperto scrittore e ha pubblicato quattro gialli per "Coniglio Editore", con un protagonista che dice assomigliargli molto.


UMBERTO LENZI:
Quando nasce in lei la voglia di scrivere libri?
Nel 1983, quasi per gioco, scrissi il racconto "La quinta vittima" che vinse il 1° Premio al Mystfest di Cattolica. Subito dopo, in un periodo di inattività cinematografica, decisi di mettere alla prova la mia inclinazione con un romanzo giallo che tenesse presenti le suggestioni e e lo stile dei miei gialli cinematografici. Nacque così "Delitti a Cinecittà", con il quale mi proponevo di raccontare - attraverso un plot noir - il cinema dei telefoni bianchi e l'Italia fascista del 1940. Il romanzo presentava un curioso personaggio di investigatore alla Chandler, Bruno Astolfi, cacciato dalla Polizia per non avere la tessera del Partito Nazionale Fascista, e costretto a riciclarsi come investigatore privato in una Roma scossa dai fremiti e dubbi dei mesi precedenti l'entrata in guerra.

In questa occasione ha scelto di far interagire il protagonista con personaggi autentici. Ce ne parla?
Nel romanzo Astolfi incontrava a Cinecittà alcune figure eminenti del cinema, come Totò, De Sica, Alida Valli, con i quali - e con il giovane giornalista Indro Montanelli - intratteneva rapporti legati alla sua inchiesta. Infatti Bruno, che se la passava piuttosto male, era stato chiamato dal regista Blasetti a salvaguardare sul set la protagonista del film "La corona di ferro", la celebre diva Luisa Ferida, che veniva costantemente minacciata di morte da uno sconosciuto. Naturalmente l'indagine veniva portata a termine con successo.
Il romanzo, pubblicato da Coniglio editore nel 2008, dopo che il manoscritto era rimasto dimenticato nel cassetto per venticinque anni, ebbe un notevole riscontro di critica e di lettori. Lo scrittore amico Giancarlo De Cataldo recensì il libro e mi invitò a farne un serial.

E infatti l'anno dopo arriva il sequel. Come definirebbe questa "sconda puntata"?
Il romanzo si intitolava "Terrore ad Harlem" (Coniglio editore), ed era imperniato su alcuni delitti che avvenivano durante le riprese del film "Harlem" di Carmine Gallone, una storia antiamericana voluta dalle alte gerarchie fasciste, girata sempre a Cinecittà nell'inverno del 1943, quando la guerra per l'Italia volgeva al peggio. Il film, interpretato dai divi Amedeo Nazzari, Vivi Giori, Osvaldo Valenti e Massimo Girotti, era ambientato alla fine degli anni '30 a New York, dove un giovane emigrato italiano intraprendeva la carriera di pugile, e arrivava a vincere il titolo mondiale dei pesi massimi in un violento match con il campione negro Charlie Lamb. E naturalmente ne usciva vincitore. Il Madison Square Garden di New York fu ricostruito in studio. Per le comparse negre che dovevano supportare il loro pugile, furono prelevati dal campo di concentramento di Fara Sabina circa duecento prigionieri di guerra, americani di colore. Che venivano trasportati ogni mattina a Cinecittà, travestiti da abitanti di Harlem e costretti a fungere da comparse. Questo mio scoop, verificato su documenti militari dell'epoca, fu il punto di forza del romanzo, che ebbe un successo di critica superiore al libro precedente e mi spinse a continuare.

Dopo "Terrore ad Harlem", Astolfi ha vissuto altre due grandi avventure, vero?
Proprio l'anno seguente uscì "Morte al cinevillaggio", ambientato nell'omonimo cinevillaggio, voluto dai fascisti di Salò, nella Venezia del 1944-45. Il giallo si concludeva ancora una volta con la soluzione dei delitti da parte del nostro investigatore e con la fine della guerra. L'ultimo romanzo della serie è il recente "Scalera di sangue", che vede impegnato il detective nella Roma liberata tra soldati americani, borsari neri, sciuscià e prostitute. E dove Astolfi ha modo di interagire con l'attrice Anna Magnai, con la bellissima Clara Calmai e con il giovane pittore Renato Guttuso, che addirittura gli disegna l'identikit del presunto autore di quattro omicidi.

Che tipo di personaggio è Bruno Astolfi?
Non ho alcuna remora ad affermare che si tratta di un personaggio in parte autobiografico: come me è toscano, ama il Chianti, le sigarette Macedonia Extra e le belle attrici, è anticonformista, sarcastico e molto intuitivo. Ma anche, come il sottoscritto, troppo spesso polemico e a volte abbastanza superficiale.

Le piacerebbe che la sua serie diventasse un film e in questo caso chi sceglierebbe come regista?
Scrivendo questi quattro gialli della saga, cui presto si aggiungerà un quinto, "Crimini in bianco e nero", non sono stato mosso da ambizioni letterarie dopo una quarantennale attività cinematografica, semmai dal fatto che mi diverte molto realizzare film su carta. Per dirla con Von Clausevitz, i miei romanzi sono la continuazione del cinema con altri mezzi. Mi piacerebbe tanto che un produttore acquistasse i diritti e realizzasse una miniseria dai miei libri. Non ho alcuna intenzione di dirigerla, ormai ho rinunciato a tornare sul set. Vorrei che fosse diretta da un giovane regista, al quale mi limiterei a dare qualche consiglio di sceneggiatura. Spero che presto qualcuno si faccia vivo con Bruno Astolfi.

24/10/2011, 09:00

Carlo Griseri