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FdP53 - MILLEUNANOTTE - Alla ricerca di un'evasione dal carcere


FdP53 - MILLEUNANOTTE - Alla ricerca di un'evasione dal carcere
Il carcere della Dozza di Bologna è il penitenziario italiano con il maggior numero di detenuti stranieri: maghrebini, albanesi, asiatici, italiani tutti chiusi tra le quattro mura delle sezioni del penitenziario. Le loro storie e speranze sono state raccolte nel documentario "Milleunanotte" di Marco Santarelli, prodotto da Otto Filmaker e Pulsemedia.

L'opera inizia tra i corridoi e le celle per poi spostarsi nelle stanze dove i detenuti richiedono la cosidetta "domandina", ovvero la richiesta di autorizzazione ad incontrare il proprio avvocato, fare una telefonata, fare richiesta per lavorare, avere un colloquio con un familiare, chiedere di vedere il proprio educatore o uno dei tanti volontari che quotidianamente operano nel penitenziario. Santarelli concentra la narrazione su questo aspetto, l'unico in grado di "far evadere" dalla dura realtà carceraria i suoi abitanti forzati. Le lettere scritte dai detenuti rappresentatano l'unica speranza di contatto con il mondo esterno: le "domandindine" diventano così una miscela di sentimenti di speranza, di desideri, di paure e rabbia. Come già accaduto in "GenovaTripoli" e "Scuolamedia", precedenti opere del regista romano, Santarelli si dimostra ancora una volta abile nel filmare gli interni, ad esaltare i rumori di sottofondo, a rendere gli ambienti chiusi pieni di spazi e speranze.

Nell'ultima parte il documentario cambia registro. L'autore segue una detenuta, Agnes, incontrata nel braccio femminile della Dozza, dove stava scontando una detenzione per droga da quattro anni. La ragazza ha ottenuto l’autorizzazione dal giudice di sorveglianza per tornare alcuni giorni a casa dai figli e quando il permesso è arrivato, Santarelli la segue nel suo viaggio di ritorno al paese di San Pancrazio in Alto Adige. Agnes è spaesata, fuori dal mondo, non riesce più "riadattarsi" alla vita. Emerge così il suo disagio nel vivere di nuovo in libertà, come anche quello di Miriam, altra giovane ripresa dal regista, che ha preferito tornare in carcere piuttosto che disintossicarsi in una comunità terapeutica, per stare con Vivian, la sua compagna, nella speranza di vivere con lei un futuro “normale”, con un lavoro e una casa. E' quindi la "speranza" la vera fonte di vita, il vero "succo" che nutre l'esistenze dei carcerati, "oppressi" dalla dura realtà carceraria e da un mondo esterno che "attrae" ma che allo stesso tempo "impaurisce" e disorienta...

14/11/2012, 20:45

Simone Pinchiorri