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AURELIANO AMADEI - "Parretti è uno che diverte e inquieta"


Approdato all'Ischia Film Festival per presentare fuori concorso "Il leone di Orvieto", un documentario che ricostruisce la scalata di Giancarlo Parretti alla MGM e il conseguente crack finanziario, il regista ne ha svelato numerosi retroscena. Amadei ha in ballo tre nuovi progetti, che ha rivelato in anteprima a Cinemaitaliano.info, un documentario sul pugile Domenico Spada, un film tratto dalla piece teatrale "L'Arma" e una costosissima commedia "on the road".


AURELIANO AMADEI -
Dopo l'interessante esordio con "20 sigarette", tratto dal suo stesso romanzo "Venti sigarette a Nassirya", Aureliano Amadei è passato al cinema del reale per raccontare ne "Il leone di Orvieto" l'ascesa e la deriva finanziaria di Giacomo Parretti.

Giunto all'Ischia Film Festival per presentare il documentario fuori concorso, il regista ne ha rivelato numerosi retroscena e ha anticipato a Cinemaitaliano.info i suoi progetti futuri.

“Il leone di Orvieto” parte da un progetto più ampio che stai portando avanti con la tua casa di produzione, una serie di documentari sui più grandi crack finanziari della storia. Cosa aveva Parretti più degli altri per spingerti a lavorare su di lui?
L'idea della serie rimane, ma chiaramente non sarebbero tutti girati da me. Ce ne sono un paio che mi piacerebbe fare, ma tutto dipende dalla mia disponibilità. Inizialmente non c'erano certezze sulla serie e quello su Parretti è diventato un documentario infinitamente più curato di quanto non potrebbe essere un lavoro diviso in 12 puntate. Mi stuzzicava l'idea di parlare del rapporto tra finanza e cinema, e devo dire che il personaggio suggerisce subito uno stile, mentre un caso come Bnl-Atlanta che ha a che fare con l'Iraq, è una storia che mi potrebbe interessare per il mio percorso, ma non detta uno stile. Qua c'è un tocco pop e il personaggio ce l'aveva dalla prima lettura del soggetto.

Ciò che colpisce maggiormente di Parretti è questo sorrisino perennemente stampato sulle labbra, che sia all'apice del successo o ad un passo dalla galera. Come è avvenuto il vostro primo incontro?
Siamo andati ad Orvieto principalmente per un sopralluogo, sperando solo di incontrare Parretti per poi intervistarlo in un secondo momento. Ci ha accolti dentro casa, questo palazzo medievale davanti al Duomo di Orvieto, con la targa con scritto “Palazzo Parretti”, i puttini nudi che lanciano le frecce, l'ascensore affrescato stile 1600, ma dietro al lato buffo del personaggio ci siamo accorti che c'era qualcosa di inquietante, perfettamente riconducibile a quel sorrisino. Ci ha quasi costretti a fare l'intervista immediatamente, o almeno ci si sente quasi costretti. Devo dire la verità, io non ho alcuna prova di un suo contatto con la malavita, ma per come si comporta sembra di stare vicino a quel tipo di personaggio. Con il sorrisino sulle labbra ti dice “che fai, perchè aspetti, tu vieni qua, tu vai là”, gestisce subito e completamente la situazione, e questo è il lato un po' più duro e serio del film, quello che esce meno perchè contrasta con lo stile leggero e pop. Con quell'atteggiamento da l'impressione di essere l'anello di congiunzione tra i grandi poteri e la delinquenza di strada, uno sempre allegro ma che decide lui. Noi da una parte eravamo grati di questa accoglienza e lo abbiamo seguito nelle sue indicazioni di tempi e spazi, dall'altra eravamo quasi pietrificati. Per uno come me che abitualmente nelle interviste ricopre il ruolo di quello che mette in soggezione, sentirsi dall'altra parte è molto inusuale.

Quando ti sei presentato da Parretti avevi una sceneggiatura già scritta. In seguito a questo particolare incontro hai dovuto cambiarla?
Non molto, perchè Parretti ha una caratteristica che in genere cerco di tenere nascosta, è assolutamente prevedibile, dice da vent'anni le stesse cose nelle varie interviste e trasmissioni, e questo è inquietante perchè ha un copione. Qualcosa in sceneggiatura è cambiato per varie ragioni, ad esempio avevo acchiappato Ridley Scott per un'intervista, ma poi con la morte di Tony Scott la cosa non si è più fatta. Le cose cambiano, proprio come avviene nel cinema di finzione. Durante le riprese io riscrivo la sceneggiatura ogni giorno, spesso sul set, con i personaggi che mutano e con loro le scene.

Pur essendo un documentario classico hai scelto degli elementi di raccordo molto interessanti, ad esempio le immagini d'archivio di vecchi film che rappresentano un vero e proprio contrappunto ad alcune scene. Quando lo hai scritto avevi già chiaro in testa il lavoro che avresti fatto sull'archivio?
In realtà è una cosa intervenuta con maggiore precisione nella fase di montaggio. Sapevamo di voler usare degli archivi di cinema perchè ti danno una libertà quasi totale rispetto all'archivio storico, però poi i pezzi scelti sono stati elaborati successivamente. Nella prima versione del film, quella che è andata al Festival di Roma, c'erano dei pezzi di film e avevo usato quello che volevo. Questo ovviamente non è possibile per questione di diritti e per fare una versione per l'uscita in sala, abbiamo dovuto smontare quei pezzi e montare dei frammenti di trailer antecedenti al '75 e quindi utilizzabili liberamente. Questo perchè in Italia non esiste il “Fair use” una legge che cercherò per tutta la vita di promuovere, visto che ci sono rimasto bruciato.

Pur essendo una vicenda finanziaria molto seria, la racconti con un tono piacevole e leggero che lo rende un film divertente e divertito. Da dove nasce l'idea di una colonna sonora che richiami le grandi musiche del cinema e l'animazione fatta con delle figurine?
E' assolutamente un'operazione divertita ed è stato tutto portato avanti con questo spirito. Ho contattato “The Niro”, un musicista importante a cui ho chiesto di fare un lavoro sulle grandi colonne sonore, un suo viaggio nella musica del grande cinema. Allo stesso modo avevamo bisogno di avere un'idea visiva degli spostamenti di questi personaggi nel mondo. La grafica con After effects non mi andava giù e allora abbiamo trovato un modo divertente di farlo. Abbiamo scelto un teatro, piazzato la mappa del mondo illuminata da luci teatrali e con un dolly ci siamo messi a girare, mentre io spostavo le figure con il bastone o soffiandoci sopra.

Un personaggio simile, uno che parlava di “Geim sbons” o “Miscè Faife” e intanto creava dei giganteschi buchi finanziari, generava nella società di allora un grande potere di fascinazione, nonostante fosse un soggetto fortemente discutibile. Oggi lo spettatore del piccolo schermo sembra essersi abituato a questi truffaldini che quotidianamente escono fuori. Cosa pensi sia cambiato?
Hai toccato un tasto molto dolente, perchè la paura di far del bene a Parretti con questo film era tanta. Per non farlo ho omesso tutta una serie di cose che recentemente qualche mio plagiatore ha invece utilizzato, perchè chiaramente fa notizia il fatto che da piccolo fosse stato rifiutato dalla famiglia o che oggi stia lavorando ad un grande parco a tema. Non volevo fare pubblicità al personaggio, ma dicendo da anni le stesse cose un po' di pubblicità se la fa da se. Non so se è una questione di epoca che è mutata, ma credo che Parretti sia uno dei primi ad averci traghettato nell'epoca in cui siamo oggi, dove si può non parlare una parola di francese o inglese ed esserre un produttore cinematografico di livello internazionale. Non so quanto Parretti sia diverso dai traffichini di oggi, la differenza sostanziale è che oggi certi personaggi ignoranti te li trovi in politica. Lui viene da un'epoca in cui non si mischiavano i due campi da gioco e dice sempre di aver preso l'MGM per una scommessa tra Agnelli e Kissinger, una balla colossale

Certo, ascoltando i suoi racconti all'insegna del “mi sono fatto da solo”, i primi lavoretti sulle navi, la vicinanza ai socialisti o il suo piacere per la conquista, la mente non può non viaggiare altrove, non trovi?
Credo sia stato un rodaggio per portarci a qualcosa che conosciamo estremamente bene. La cosa incredibile è che ti dà l'idea che sia tutto finto. Viene da chiedersi se per caso quello che ci ritroviamo da vent'anni avesse preso elementi da altre storie per costruire la sua ascesa, che poi sappiamo essere fatta di P2 e roba di quel tipo. O c'è un'inquietante similitudine tra Parretti e Berlusconi, oppure lui, come molti di questi personaggi, ha ricostruito la propria biografia per pezzi tipo Eminem.

Oltre al nuovo documentario che stai chiudendo, so che ci sono in ballo un paio di nuovi progetti di finzione molto affascinanti. Ci puoi anticipare qualcosa?
Di molto affascinante c'è un "superprogettone", una roba costosissima, da circa dieci milioni di euro, ma che non so se mai riuscirò a mettere in piedi. Parte proprio dal documentario che sto ultimando su Domenico Spada, un pugile campione del mondo dei pesi medi romano rom e non so per quale motivo, ma lavorando a stretto contatto con lui, mi è venuta in mente questa storia. Lui è nipote di Alizio Spada, che trent'anni fa era il capo della comunità rom di Roma, un uomo distinto, sempre a cavallo con cappello da texano, che aveva fatto la seconda guerra mondiale, un signore d'altri tempi, un rom molto integrato. Nel film Domenico dovrebbe reincarnare lo spirito di “Papu”, soprannome del nonno che nel frattempo è morto, e per una serie di incidenti la sua famiglia è costretta a scappare e a spostarsi a est, fino a ritrovarsi inconsapevolmente in Rajasthan, il luogo da cui proviene la loro stirpe. Nel 1100 furono deportati dall'Imperatore persiano e piano piano sono arrivati a Roma nel 1400. L'idea è che dopo aver vinto un incontro, per una serie di scommesse lui compra una macchina, non sapendo che i soldi sono impegnati altrove, nell'acquisto del campo rom. Inizia la fuga e finiscono in Grecia dove c'è uno psichiatra che li frega, in Turchia dove conoscono dei rom, ma mussulmani, in Kurdistan dove i guerriglieri che vivono in un mondo ipertecnologico li accolgono a braccia aperte e poi in Iran dove uno di loro completamente inespressivo diventa una star del cinema con lunghissimi piano-sequenza e primi piani. E' una commedia “on the road” che gioca con gli stereotipi, quindi se in Iran c'è il cinema, in Pakistan ci sarà il cricket. Ma portare trenta attori da Roma in Rajasthan è un'impresa complicata. Più facilmente il prossimo film sarà costruito attorno a tre personaggi in cima ad una montagna. Sarà tratto da “L'arma – How long is now”, lo spettacolo teatrale che ho messo in scena al Teatro Vascello di Roma con Giorgio Colangeli, Andrea Bosca e Mariachiara Di Mitri. E' una sorta di favola cattiva con personaggi che si muovono nello spazio e nel tempo. Rispetto all'altro, un'operazione più fattibile nell'immediato.

05/07/2013, 17:56

Antonio Capellupo