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Note di regia de "Il Terzo Tempo"


Note di regia de
IL TERZO TEMPO è un film che riunisce diversi generi attorno ad una emozione: la palpitazione
giovanile di chi sente, per la prima volta, che le cose possono veramente cambiare.
E così il film sportivo o il film sociale di derivazione carceraria, la commedia sentimentale o
il dramma familiare, si intrecciano indissolubilmente in un racconto dove ogni personaggio è
segnato da un conflitto interiore, il cui accostamento arriva a produrre situazioni imprevedibili,
a volte dure, a volte divertenti; dove a trionfare in un modo o nell’altro è sempre l’istinto di
sopravvivenza, l’incontenibile desiderio di vivere.
Di fronte ad un genere classico come il film sportivo, tradizionalmente intessuto di forti
implicazioni sociali, la sfida era trovare un’originalità nell’andamento della storia. Abbiamo
quindi deciso di ribaltare i personaggi tipici: ognuno di questi, specialmente l’allenatore,
sembra muoversi soltanto per i propri interessi personali, apparentemente privo di qualsiasi
considerazione morale. Ci troviamo nella logica del paradosso: i nostri personaggi facendo
le cose sbagliate, per il motivo sbagliato, arriveranno tutti ad un insperato riscatto, svelando
solo alla fine i veri valori della storia.
La macchina da presa segue il personaggio di Samuel con radicale prossimità, aderendo al suo
punto di vista emotivo, al suo corpo affaticato, costretto a incredibili sforzi per sostenere lavoro,
allenamenti, spostamenti sempre più difficili. Il film è innanzitutto la sfida fisica, spettacolare,
intimamente epica, di chi è tenuto sempre a rilanciare la posta in gioco, a stancarsi sempre di
più, nel tentativo di canalizzare un’energia, potenzialmente violenta e distruttiva, in qualcosa
che possa nobilitarla e valorizzarla: lo sport, il rugby.
IL TERZO TEMPO è un racconto scandito da un ritmo che cresce fino allo spasmo, dalle prime
giornate lunghe e vuote dopo l’uscita dal carcere, a quelle sempre più concitate in cui Samuel
tenterà di conciliare lavoro, sport, amore.
La sfida ulteriore del film è stata quella di trovare il difficile equilibrio tra realtà e finzione
attraverso l’utilizzo di luoghi e persone reali, con una ricchezza di materiale tipica del
documentario e una narrazione articolata e complessa, sostenuta da personaggi già ben
definiti nella sceneggiatura, da attori in grado di esprimere quella complessità, e da un
impianto visivo non riducibile al semplice realismo.

Enrico Maria Artale