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#CA2015 - "U Ferru", la lotta con il pescespada


#CA2015 -
La prima cosa a colpire in ‘U ferru – bisogna ammetterlo – è quella strana barca, simile a un insetto dalle lunghe gambe (o lunghissimo naso) che la camera ci svela lentamente dopo alcuni minuti. La silhouette ci sorprende ma è la corsa dell’arpionatore (il lanciatore di ‘u ferru) che ci ammalia: quando dalla cima di un enorme albero a torretta elevato sopra la barca, parte l’urlo di avvistamento del pesce, l’uomo che ha su di sé la responsabilità di ucciderlo corre con foga lungo la passerella protesa sulla prua per trenta metri e una volta giunto all’estremità – arpione tra le mani – assume una posa plastica quasi fosse un dio greco, e al momento opportuno scaglia come una freccia l’oggetto che porta la morte, e fa centro.

Ma partiamo dall’inizio. In un momento in cui le attività secolari legate al lavoro dell’uomo vanno sempre più scomparendo, a favore di dimensioni e dinamiche industriali, Marco Leopardi – prolifico regista e bravissimo direttore della fotografia – riprende la quotidianità di un tipo di pesca in estinzione, la caccia al pesce spada con l’arpione praticata nello Stretto di Messina, volendo evidenziarne in particolare la sostenibilità dal punto di vista ambientale, ma arrivando a raccontare molto di più.

Il cuore pulsante del documentario, infatti, non è tanto la pesca (anche se le riprese delle cacce sono incalzanti, appassionanti, e non c’è prospettiva che la telecamera non restituisca, non ci sono emozioni – anche contrastanti – che non entrano in gioco) quanto l’essere umano. A mettere in crisi la tradizione di questa pesca antica non è solo la modernità: a volte può contribuire l’assenza, da parte dei giovani, della voglia di seguire le orme dei padri. Leopardi allora non solo descrive una situazione, ma racconta una storia, la storia di Beppe, studente di biologia all’università, che ama la natura (lo vediamo insistentemente durante le sue immersioni, quando – dice – “si sente tutt’uno con la natura”) ma è figlio di un arpionatore ed è chiamato dal padre a raccogliere la sua eredità.

Ascoltiamo, allora, la lunga riflessione del giovane erede – voce narrante che accompagna gran parte del film – seguiamo i pensieri, i suoi tormenti quando si chiede se “ha senso ancora oggi ammazzare per mangiare”, se “la saggezza degli animali non importa proprio a nessuno”; ed è sotto questa luce che il documentario acquisisce anche una valenza socio-antropologica, portandoci verso un finale che potrebbe essere quello di un film di avventura, invece è vita vera.

Se si volesse trovare un difetto al film sarebbe proprio qui, ma si dovrebbe parlare di ciò che, sotto altri aspetti, è invece un suo pregio: organizzare il tempo della narrazione e della scrittura secondo dinamiche e linguaggi propri del cinema di finzione conferisce sicuramente alla visione più coinvolgimento e partecipazione, ma d’altro canto questo lavoro sul racconto impedisce l’immediatezza senza filtri (apparenti) propria del genere documentario. La scelta stilistica è coerente, e per questo apprezzabile e vincente.

10/10/2015, 12:30

Sara Galignano