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SEEYOUSOUND 2 - I corti di fiction in concorso


SEEYOUSOUND 2 - I corti di fiction in concorso
Carmen
Ultimo blocco analizzato dei corti in concorso a Seeyousound, quello dei corti di fiction.

A WOODEN FLUTE
Lunga passeggiata, "A Wooden Flute" ha il pregio della scorrevolezza, che travalica spazio e tempo.
Partendo dal desiderio di un bambino, che vuole suonare il flauto a dispetto di chi lo distrae dalla sua passione, la storia si sviluppa senza parole, trasformandosi in altro senza che lo spettatore se ne accorga, se non nel fotogramma finale. Il tempo è passato e il sogno realizzato.

CARMEN
Carmen è la protagonista di un’audizione per interpretare – il caso … – la Carmen di Bizet. In una sala d’attesa anonima, tra aspiranti anonime, lei si presenta già vestita da gitana, con una rosa e un registratore in mano. Si sente già la protagonista – vorrebbe poterlo essere – e cerca un suo pubblico.
Quando è il suo turno e canta lo schermo diventa un palcoscenico; salvo scoprire, in chiusura, che la voce soave che sentiamo è solo nella sua immaginazione, perché Carmen è sorda e il suo vero canto è stonato.
Sentimentale ed edificante (assecondando i desideri si riescono a superare i limiti, almeno con l’immaginazione e l’intraprendenza) ma costruito in modo scolastico con alcuni cedimenti alla retorica.

ESCAPE
“Escape” è in bilico tra la fiaba e la battuta: colto in ufficio con un’aria da sfigato, maltrattato, avulso dal contesto e sommerso da pratiche ingestibili, il protagonista si racconta fuori campo, esordendo con un “sono nato ottimista” che a voler essere generosi non si è in grado di prendere sul serio, ma con tutta sincerità strappa il primo sorriso di scherno.
Da questo punto in poi si alternano la storia della sua nascita (l’eccezionale sorriso che regala alla mamma appena nato e la certezza di essersi innamorato del mondo in quell’istante), la visione della sua perfetta realtà parallela (che lo vede pianista di successo) nella quale si perde ogni tanto, e il grigio ufficio in cui si trova costretto alla tastiera del computer.
Anche se la chiave di lettura ottimistica viene suggerita dalla citazione conclusiva (“La musica è spesso un rifugio che si trova scappando, o semplicemente evadendo dalla realtà”), nella sostanza lo spettatore rimane incerto fino alla fine tra il sorriso, la comprensione e la pena.
Le immagini perfette e patinate aggiungono spaesamento.

MUET
Riuscitissimo, "Muet" ci immerge piacevolmente nell’atmosfera del cinema muto dei primordi: Dieci minuti di immagini in bianco e nero raccontano un episodio di passaggio verso il cinema sonoro, con le sue inevitabili "vittime" (il protagonista è un pianista di sala). Ma grazie al potere della musica di far innamorare, è garantito un conciliante lieto fine.
Brillante, divertente, si ascolta con piacere e l’aria “retrò” allieta.

REQUIEM
Un thriller psicologico convincente. “Requiem” è un meccanismo perfetto che, senza affidarsi più di tanto alla parola ma molto all’osservazione e all’ascolto, segue il dramma interiore del protagonista. Allo spettatore è richiesta un’attenzione particolare per consentire la lettura in tutte le sue sfaccettature degli indizi che il regista dosa e distribuisce in modo accorto, senza eccedere mai nel celare, ma neanche nel comunicare.
Tutto è funzionale a questa narrazione, che di per sé è “solo” un esempio di elaborazione del lutto: le diverse lingue parlate (in particolare l’italiano, che identifica un personaggio del passato che ritorna, aiuta a identificare questo personaggio nelle immagini senza bisogno di spiegazioni), le ambientazioni (il ricorrere delle immagini in strada), i movimenti (il gesticolare della figura che abita gli incubi del protagonista richiamano un balletto del passato) ma soprattutto la musica. Se pensiamo che il motivo ossessivo suonato in continuazione dal compositore sia uno spunto per la sua nuova opera (che non riesce a scrivere), campiamo sono in chiusura che in realtà si tratta del ricordo sonoro dell’ultimo momento in cui è stato felice, dal quale la sua mente non lo lascia andare e sul quale ritorna per farsi del bene, e per farsi del male.
La regia e le immagini molto curate e le prospettive sempre tese a suggerire una chiave di lettura sono una perfetta confezione, dove forse l’unico punto debole è la poca empatia che suscita il personaggio, espressivamente e fisicamente troppo statico e inespressivo.

28/02/2016, 09:00

Sara Galignano