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OMAGGIO A DUE ATTRICI - Deneuve e Scoccia


OMAGGIO  A DUE ATTRICI - Deneuve e Scoccia
Daphne Scoccia in "Fiore"
Questo articolo è un omaggio a due attrici: la grande Catherine Deneuve, icona di bellezza, di drammaturgia classica, all’apice della sua carriera - che oggi al Festival di Lione riceve l’ambito premio Lumière, conferito per la prima volta ad un’attrice - e a Dafne Scoccia eroina di Fiore, attrice non professionista dell’eccellente lungometraggio di Claudio Giovannesi.
Parlando di Catherine Deneuve è stato tra l’altro scritto: il Festival Lumière (8-16 ottobre) rende omaggio a l’attrice “per quello che è, per quello che recita, per quello che canta e incanta da sempre e per sempre”.
All’inizio dei 60 anni di carriera, il Festival vuole ricordare anche i prestigiosi registi con i quali ha girato: Demy, Truffaut, Polanski, Bunuel, Varda, Téchiné, Corneau, Melville, Rappeneau, Jacquot, Oliveira, von Trier, Ozon, Wargnier, de Broca, Desplechin, Satrapi, Scott, Aldrich…

Fiore presentato con grande successo alla Quinzaine des Réalisateurs può essere visto giovedì 20 ottobre al Teatro di Locarno nell’ambito della 31ma edizione di Cinemagia.
Dafne Scoccia, cameriera romana di 21 anni, protagonista di Fiore, ecco come si racconta: “Io non sono mai stata in prigione, ma come lei ho avuto un grande, disperato bisogno di amore che non sapevo come soddisfare. È come se mi fossero mancate le basi, un’educazione ai sentimenti. Sono stata un’adolescente ribelle, la casa e la famiglia mi andavano stretti. Mi sono iscritta al liceo scientifico, ma dopo un anno ho cambiato con l’istituto d’arte. A 16 anni avevo già mollato tutto ed ero in fabbrica. Poi, me ne sono andata di casa e ho fatto un po’ di tutto: la barista, la babysitter, la pasticcera, la cameriera. Insomma, anche se non ho studiato so arrangiarmi”.

Ciò che più colpisce di Fiore, film serio, e a tratti triste, è la sensibilità, la tenerezza e la partecipazione del giovane regista romano per i suoi personaggi nati dall’osservazione e l’analisi di un ambiente che gli è familiare, quello delle borgate romane. Dafne e Josh sono genuini. L’amicizia prima e l’amore poi dei due giovani reclusi, per reati minori, Dafne scippava gli smartphone alle fermate periferiche della metropolitana di Roma e Josh spacciava droga, interessano e commuovono. Anche se dalla legge sono considerati colpevoli e dai benpensanti degli immaturi. Entrambi sono nello stesso carcere giovanile, dove possono essere rieducati. Quantunque abbiano perso la libertà, resta loro la dirompente sete di vivere. Non ritornando ai loro domicili coatti, lui al foyer, lei in prigione e fuggendo insieme, assaporano momenti di felicità, quella del presente. Però, il loro futuro diventa sempre più problematico e buio. La gioventù non ha tempo di pensare a ciò. Il regista li presenta con realismo e senza enfasi. La protagonista è Dafne, conosciuta come Fiore: un’ adolescente minuta, bruna e simpatica. Josh è più sereno e più ottimista. Dafne è estroversa e incazzata con la vita per i suoi precedenti familiari. Suo padre, (Valerio Mastrandrea) è un uomo misurato e spaesato, uscito da poco dal carcere. E’ agli arresti domiciliari e sta cercando di rifarsi una vita e non sa come prendersi per aiutare la figlia. Fiore, la giovane ladra, ha bisogno di una guida, ma non la trova nonostante l’aiuto dell’assistente sociale. Nel carcere minorile si conquista l’amicizia e poi l’amore di Josh. La loro storia d’amore ha anche dei momenti corali di socialità e solidarietà non solo con gli altri giovani reclusi, ma anche con la nuova compagna di Ascanio padre di Dafne. Anche l’invitante colonna sonora e la preziosità della fotografia di alcuni momenti del lungometraggio, fanno di Fiore un film che vale veramente la pena di essere visto.

12/10/2016, 08:02

Augusto Orsi