Festival Internazionale della Cinematografia Sociale \
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Note di regia de "La Felicità Umana"


Note di regia de
“Povero non è colui che ha poco, ma colui che desidera infinitamente tanto”
Ho preso in prestito da Seneca questa frase come Logline del film perché “La felicità umana” nasce da una suggestione ben precisa: provocare una riflessione, magari scomoda, su uno degli aspetti più sfuggevoli dell’esistenza. Cerchiamo la felicità personale, la perseguiamo fino all’ossessione senza pensare che non potremo mai conquistarla perché non ci appartiene, almeno come singoli individui. La felicità intesa come bene interiore ma anche spirituale non appartiene a nessuno, e non potrebbe essere altrimenti vincolata com’è all’economia dei Paesi nei quali viviamo, a loro volta legati indissolubilmente all’economia mondiale. Che fare quindi per godere almeno una parvenza di felicità durante il nostro fulmineo passaggio su questo pianeta? Secondo il Rapporto Mondiale della Felicità del 2016, redatto dall’Onu, ci sono Paesi molto “felici” (Danimarca e Australia per esempio, ma anche il Bhutan. L’Italia è solo 50esima) e altri dai quali si fugge per cercare appunto la felicità negata da guerre, tirannie, sopraffazioni e carestie. Ci sono esseri umani che s’illudono di vivere nella felicità, anche se sintetica, perché ricchi e soddisfatti come in uno spot dei biscotti, e altri che non riescono nemmeno a immaginarla, la felicità. Per questi ultimi essa è un aspetto della vita talmente vago da essere come il bagliore del sole allo zenit, così intenso e accecante da cancellare qualsiasi altra cosa visibile nei paraggi: un incubo. Non a caso Oscar Wilde, con la sua consueta quanto tagliente ironia, definì questa paradossale condizione umana così: “Ci sono due tragedie nella vita, due drammi che noi viviamo: uno, quello di non avere ciò che desideriamo; l’altro, di aver soddisfatto il nostro desiderio!”

Viviamo in un circolo vizioso (vivi, produci, consuma, muori), ci disperiamo, lottiamo, sudiamo per poi spegnerci nel silenzio, rimbambiti e soli, magari dentro case di riposo dal nome involontariamente beffardo, come “Villa Felice”.

L’alternativa a tutto ciò non è vivere di ghiande in un’austerità esasperata ma, più semplicemente, cercare di liberarci dall’accumulo, saperci accontentare e così rivoluzionare il concetto stesso di Economia. A quel punto la vera felicità arriverà da sé, grazie alle nostre relazioni sociali, alla vita serena con gli amici, con la propria famiglia, con i figli, decolonizzando così la nostra mente dai bisogni effimeri indotti da un mercato sempre più feroce e cinico, dominato dal “libero scambio” che, come suggerisce il filosofo francese Serge Latouche, è come dire: “libera volpe nel libero pollaio”.

Maurizio Zaccaro