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Note di regia di "Loris sta Bene"


Note di regia di
Una tematica che da sempre mi ispira è la dipendenza affettiva. Perché non racconta l'amore, racconta di un processo che nasce da un’intenzione d’amore, ma il suo sviluppo va in un senso opposto. È una declinazione più complessa, più viva e - innegabilmente - più dark. Risuona l'eco dell'istinto di sopravvivenza. Sopravvivenza affettiva, in questo caso. Una battaglia silenziosa per la felicità che spesso si finisce a combattere da soli. Non c'è dipendenza senza negazione, senza rifiuto. Quando i sentimenti viaggiano a senso unico, quando il dialogo si svolge senza interlocutore, allora cominciano ad autoalimentarsi l'ansia d'abbandono, la gelosia e il desiderio di possesso. Sono tutti moventi, questi. Moventi per fare cose che vanno al di là di quello che ci si aspetterebbe, per prendere decisioni affrettate e talvolta irrevocabili.

Mi sono avvicinato alla tematica del bugchasing grazie ad un’inchiesta televisiva del programma Le Iene, in onda su Italia 1, a cura della giornalista Nadia Toffa. Il servizio, mandato in onda il 26 novembre 2015, ha mostrato l’esistenza di un sito che mette in contatto le persone ancora sane (sieronegative), ma che desiderano farsi infettare, dai cosiddetti gif-giver, ossia i donatori. Sul perché le risposte sono piuttosto diverse tra loro: alcuni erano semplicemente «affascinati» dalla componente «trasgressiva» del contagio, altri invece paradossalmente per «smettere di avere paura della malattia» e poter avere rapporti sessuali più liberi e appaganti con persone a loro volta sieropositive, senza dover utilizzare il preservativo. Oltre alle motivazioni prettamente underground proposte dal servizio, è emerso che il bugchasing è una pratica a cui spesso ricorrono persone negative dall’HIV che hanno un partner sieropositivo e che cercano l’infezione come modo per rimanere nella relazione. Ma lo sfondo è più vasto e prende il nome di sindrome di Samo: il voler condividere a tutti i costi la malattia che colpisce la persona amata. Il virus diventa dunque un alleato alla ricerca di un rapporto simbiotico e l’infezione è vissuta come un collante insostituibile che cementa la coppia.

Loris. La sfida è stata quella di evitare di scrivere un elenco di sintomi che parla e cammina, e invece raccontare una persona nella sua complessità, con le sue piccole incoerenze, i suoi bisogni, le sue manie. Volevo che il profilo di Loris fosse contestualizzato in situazioni e ambienti un po’ grotteschi in cui lui inconsapevolmente si riflette: gli specchi raddoppiano, dimezzano, moltiplicano il personaggio nel suo illuso, e perché no narcisistico, movimento di ricerca di se nell’altro. La scelta di non mostrare mai Valerio, se non di spalle o nel fuori campo, ha reso necessario nel progetto di sceneggiatura far emergere il protagonista attraverso altri personaggi che rispecchiano i suoi stessi bisogni, anch’essi tesi all’altro. Ne è dunque emerso un film di piccoli rapporti, piccole situazioni, stati d’animo che come un puzzle restituiscono chi è Loris. Antonio Pietrangeli, regista di Io la conoscevo bene, una delle pellicole che più mi ha ispirato, dice del suo film e di Adriana – la protagonista interpretata da Stefania Sandrelli: «è come quando si sfoglia un album di fotografie, dove forse mancano quelle più importanti. Come appunto succede in tutti gli album, dove magari ci sono dieci istantanee di una gita in campagna e neppure una, neppure in formato tessera, del giorno in cui si è persa la fede nella vita.»
Di Adriana, come per Loris, quello che viene prima non è certo la causa di quello che viene dopo. Ma il-tutto-insieme, forse, è la causa che li porterà a prendere quella scelta. Loris affronta una sorta di suicidio con la stessa consapevole incoscienza con il quale affronta la sua vita. Tuttavia, ho sentito il bisogno di fuggire da un’atmosfera eccessivamente cupa e angosciosa: ho preferito raccontare anch’io di un’ «infelicità senza dramma», un susseguirsi di situazioni quotidiane - e un po’ freaks - fino all’amaro finale dove, improvvisamente, tutte le porzioni riflesse qua e là del protagonista si ricompongono nella giusta maniera e tutta la piccola storia, un po’ patetica, di Loris acquisterà una risonanza diversa, crudele forse, ma certamente più umana.

Simone Bozzelli