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LUCA DI GIOVANNI - L'ingegnere di "The Startup"


Al cinema con il nuovo film di Alessandro D'Alatri, l'attore interpreta un laureato sfruttato che coglie l'occasione di esprimere il suo potenziale.


LUCA DI GIOVANNI - L'ingegnere di
Luca Di Giovanni
Nel film The Startup sei un ingegnere che si arrangia, come hai preparato il personaggio?

"Premetto che Alessandro D’Alatri ci ha lasciati liberi di preparare il personaggio a nostro piacimento, dopo averci parlato di chi dovevamo andare a interpretare e di che ruolo avevamo nel film.
Io poi mi sono lasciato ispirare da alcune persone che conosco e che avevano delle caratteristiche a mio avviso utili per creare il personaggio di Giuseppe. Ad esempio c’è un mio amico, che fa tutt’altro nella vita, ma che ha questa capacità di essere incredibilmente diretto, sincero, senza peli sulla lingua; ha un’ ironia molto tagliente, un nervosismo visibile a fior di pelle, e ha sempre qualcosa in bocca (fuma tantissimo, mangia in continuazione). Mi sono ispirato a lui per quanto riguarda l’aspetto fisico del personaggio: Giuseppe è un proletario, è molto terreno, è abituato ad arrangiarsi. Per il resto mi sono preparato sul personaggio dell’ingegnere informatico facendo lunghe chiacchierate con un altro mio amico che fa proprio quel lavoro e mi ha aiutato con la terminologia tecnica, oltre a farmi riflettere su che tipo di atteggiamento fisico si può avere nei confronti del computer. Ma su tutto mi sono ispirato a Doc di "Ritorno al Futuro".

- Nel film sembra che il successo riesca a cambiare, in peggio, il carattere delle persone. Credi che sia così?

Secondo me il raggiungimento del successo può essere un’arma a doppio taglio: se si è ossessionati dal raggiungere il successo spesso, una volta raggiunto, si rischia di rimanere delusi, perché in sé la celebrità è effimera, finisce. Se invece il successo ti arriva mentre tu stai inseguendo qualcos’altro, se sei una persona intelligente riesci a gestirlo più facilmente. Penso sia il caso di Matteo Achilli, che ho conosciuto di persona e mi sembra un ragazzo con la testa sulle spalle, dato che non inseguiva la fama ma semplicemente aveva una buona idea e quest’idea è stata riconosciuta da tanta gente. Quindi, il successo non è di per sé un male ma è come lo si persegue che fa la differenza.

- Com'è stato lavorare con Alessandro D'Alatri?

Lavorare con D’Alatri è stato molto gratificante. Questo film si è rivelato un’occasione di crescita importante per me, perché Alessandro è un artista molto umano e sensibile, è attento alle persone, ha esattamente in mente quello che vuole e ti ci fa arrivare senza forzare, ma anzi lasciandoti un margine di creatività e libertà incredibile. E’ un vero e proprio Maestro, quindi lavorare con lui è stata, se così posso dire, una benedizione.

- Ora sei impegnato in teatro con un testo che arriva direttamente dal cinema, cosa pensi di un'operazione come questa?

Di per sè non sono mai stato un grande amante dei film portati a teatro, da spettatore. Esserci dentro però è un’altra cosa, perché ti rendi conto di quanto siano difficili queste operazioni e di quanta cura ci vuole per non fare semplicemente la copia del film, rischiando di rovinare un capolavoro come "Il Sorpasso", che noi stiamo portando in scena. Detto questo, oggi i gusti del pubblico vanno decisamente in questa direzione: la gente tende a voler vedere ciò che già conosce, non c’è più la curiosità di scoprire testi nuovi o autori poco rappresentati, si va a vedere storie già note o attori già famosi. Questa produzione a mio avviso non fa altro che rispecchiare la tendenza di questo periodo, è quello che la gente vuole, anche se ci tengo a sottolineare che "Il Sorpasso" non è una mera operazione commerciale: abbiamo infatti tentato di fare un lavoro di un certo gusto, che abbia soprattutto una dignità artistica al di là del film.

- Hai in programma qualche altro film?

Io ne avrei in programma almeno un altro centinaio, dipende se ce li hanno in programma gli altri per me. Per ora comunque ho tre film già girati che devono uscire: due film indipendenti di registi esordienti, una commedia molto divertente che si intitola “Il passero rosso” per la regia di Lorenzo Giovenga e un horror che si intitola “Fade out” di Mirko Virgili. Entrambi non hanno ancora una distribuzione, ma speriamo di trovarla presto e di uscire in sala entro l’anno. E poi ho in uscita un altro film girato da Luca Manfredi sulla vita del padre, Nino Manfredi, per la Rai. Il protagonista è Elio Germano, io interpreto un amico di gioventù di Nino. Il film è molto bello, è un’operazione nostalgia molto sentita e sincera.

- Qual è il tuo regista italiano preferito?

A bruciapelo mi verrebbe da rispondere Nanni Moretti, o Paolo Virzì. Da ragazzo li amavo alla follia, conoscevo i loro film a memoria. Poi con gli anni i gusti cambiano, e oggi sono usciti tanti registi nuovi, importanti, interessanti, anche giovani, finalmente. Ad esempio mi piacciono molto Edoardo De Angelis, Francesco Munzi e Gabriele Mainetti. Sono tanti i registi giovani che ammiro, insomma, anche se forse alla fine il mio regista italiano preferito di sempre resta Mario Monicelli.

- Qual è il tuo attore italiano preferito?

Senza dubbio il più grande di sempre per me resta Nino Manfredi, un attore completo, a cui mi ispiro per l'umanità che ha sempre saputo trasmettere. Ovviamente apprezzo anche molti attori giovani di oggi come Elio Germano, Luca Marinelli o Marco D’Amore, per dirne solo tre.

01/05/2017, 09:07