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FREDERICK WISEMAN - "La Biblioteca è il vero anti-Trump"


Intervista al maestro Premio Oscar autore del documentario "Ex Libris - The New York Public Library", in sala dal 23 aprile con I Wonder Pictures.


FREDERICK WISEMAN -
Frederick Wiseman
Con oltre quaranta documentari all'attivo, un Leone d'Oro e un Premio Oscar alla carriera e una voglia di fare cinema che pare non volersi arrestare nonostante i quasi novant'anni, Frederick Wiseman è senza ombra di dubbio uno dei più importanti autori di cinema del reale.

Dal 23 aprile arriva in sala grazie ad I Wonder Pictures il suo ultimo lavoro presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, "Ex Libris - The New York Public Library", un vero e proprio inno alla conoscenza e alla democrazia. Cinemaitaliano ha intervistato il maestro americano per indagare il suo approccio al cinema.

Partiamo dal protagonista del suo film, la New York Public Library. Una delle mosse inserite da Trump nella sua prima finanziaria è stata quella di tagliare i fondi all'arte, alla cultura e soprattutto alle biblioteche. In questo senso “Ex Libris” può essere letto come un film politico...
Non ho pensato di fare un film politico su una biblioteca pubblica, ma è stato lo stesso Trump la trasformarlo in un film politico. La Biblioteca è l'anti-Trump perché l'idea per cui è stata costruita è qualcosa che lui non riesce a capire, o che odia profondamente. La Biblioteca è aperta a tutti, vuole aiutare gli immigrati, serve la gente povera, crede nell'uso della conoscenza e alla diffusione del pensiero. Trump è davvero “darwiniano” pur non sapendo chi sia Darwin. E' incompetente e diseducato, e la Biblioteca è tutto quello che lui non è.

Come sceglie i soggetti per i suoi film?
Ho una lunga lista nella mia testa. A volte faccio una rapida selezione da quella lista, ma a volte poi succede qualcosa per cui cambiano. Ad esempio molti anni fa, nel 1978, mentre ero in sala d'attesa dal dentista ricordo che c'erano delle persone che leggevano delle riviste. Mi colpì molto un articolo su un campo di addestramento e mi convinsi che era una buona idea fare un film su quei campi. E così feci “Manoeuvre”.

Quanto tempo trascorre in un luogo prima di girarci, e soprattutto tende a documentarsi molto prima delle riprese?
In genere è relativamente facile ottenere i permessi, e vado sempre il giorno prima nel posto che mi interessa documentare perché credo che la vera ricerca stia proprio nel girare. Non piace arrivare in un posto, vedere qualcosa di interessante e non essere pronto a riprenderlo, perché le cose accadono una sola volta. Per la New York Public Library ho trascorso un giorno li, camminando attorno al palazzo principale e il pomeriggio in un'altra zona. Poi ho iniziato a girare solo dopo due mesi.

E' considerato uno dei più grandi maestri del cinema di osservazione. Oggigiorno quali ritiene che siano le caratteristiche fondamentali per perseguire quel canone stilistico?
A dire il vero non amo l'espressione di “cinema di osservazione”. C'è qualcosa di quel concetto che porta a pensare che si vada a mettere la macchina da presa in un posto, la si accenda e si torni ogni tanto a vedere se qualcosa sta accadendo, ma questo non è assolutamente vero. Esistono migliaia o centinaia di migliaia di scelte che si possono intraprendere osservando la realtà. Il mio è un cinema di osservazione nel senso che non è costruito, perché non chiedo alla gente di fare nulla, non li dirigo. Ma non è di osservazione nel senso che vai a cambiare il punto di osservazione senza sapere cosa andrai a filmare.

Per molti oggi la “lentezza” a cinema sembra aver assunto un'accezione solo negativa. Cosa la spinge a prendersi tutto il più giusto, e sacrosanto, tempo per raccontare i luoghi e le storie che sceglie?
Semplicemente faccio film nel modo in cui li voglio fare. I soggetti che scelgo sono certamente complicati e penso di avere prima di tutto un obbligo, nei confronti della gente che mi concede i permessi per girare in quei luoghi, di riflettere in modo complesso su quello che vado a raccontare. E questo richiede tempo. Non voglio semplificare il materiale, e anche qualora volessi farlo credo che andrei contro gli obblighi verso quella gente.

Nel suo cinema la musica è sempre diegetica, ma al contempo ci si trova dinnanzi a vere e proprie sinfonie urbane. Qual'è il suo approccio nei confronti della musica in fase di montaggio?
Parte del mio lavoro di montaggio è costruire una narrativa drammatica e uno degli aspetti per farlo è l'utilizzo delle musiche e dei suoni, che quindi diventa necessario. In ogni transizione tra sequenze c'è una sovrapposizione di suoni, a volte è musica, a volte il traffico, a volte voci. Credo che questo sia giusto così, perché altrimenti apparirebbero come sequenze isolate, e tenderei addirittura a sottolineare la cosa.

Per concludere, nel cinema contemporaneo sempre più spesso il cinema del reale sembra “sporcarsi” di finzione e viceversa. Come legge questa tendenza?
Beh, non ho mai provato... e a dire il vero non mi interessa. Non mi è mai piaciuta la distinzione tra documentario e fiction. Credo semplicemente che esistano film belli o brutti e sono molto contento che la Mostra del Cinema di Venezia riconosca ai documentari la possibilità di essere visti in un concorso internazionale assieme ai film di finzione.

21/04/2018, 08:44

Antonio Capellupo