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Note di regia di "The Milky Way"


Note di regia di
La prima volta che ho messo piede nella sala d'aspetto della stazione di Bardonecchia era quasi Natale. C'era un via vai frenetico visto il periodo di vacanza.
Mentre tutto intorno scorreva, una mezza dozzina di ragazzi attendeva.
Il loro obiettivo era passare il confine, andare in Francia o ancora oltre.
Ed è stato in quel primo contatto, quello in cui superi l'impasse e dici “tutto bene? Hai bisogno di qualcosa?”, che è nata questa storia. O almeno la necessità di raccontarla.
Il presente mediatico che viviamo dipinge la questione migratoria attraverso una narrazione stereotipata e retorica, dove l'emergenza umanitaria e quella securitaria si sovrappongono all'interno del grande contenitore politico volto a indirizzare i sentimenti dell'opinione pubblica europea.
Un racconto tossico dove il “migrante” diventa una categoria di spersonalizzazione e di negazione, una minaccia dal punto di vista identitario, qualcosa che legittima un approccio poliziesco alla questione.
Da qui la scelta di decostruire (e ricostruire) partendo dal territorio e dalle sue caratteristiche storiche, sociali e geografiche, che in nessun modo possono essere scisse rispetto al rapporto con la frontiera. Siamo abituati a pensare alle montagne come una barriera fisica, un “confine naturale”. Non c'è nessun dubbio che effettivamente rappresentino un ostacolo all'attraversamento da parte degli uomini.
Ma c'è una seconda verità, più profonda, ed è quella che pone le Alpi come luogo da sempre abituato alle contaminazioni virtuose, agli scambi tra il basso e l'alto, tra popolazioni con culture e stili di vita assai diversi.
Una cerniera dunque, non certo una barriera.
Le comunità, parte della stessa millenaria civiltà alpina, sono state nel corso dei secoli separate e schierate su fronti contrapposti da una nuova e artificiale frontiera, riuscendo tuttavia a preservare forme comunitarie antichissime e pratiche di mutua assistenza.
La scelta è stata di partire dalle storie degli abitanti delle montagne, di chi oggi come ieri crede che nessuno si lascia indietro, che non c'è colore della pelle, pezzo di carta, lingua straniera, che possa determinare chi va soccorso e chi no.
Lo sa bene chi ogni sera calpesta la neve dei sentieri in cerca di qualcuno di mai conosciuto, di cui non si sa neanche il nome, ma che di fronte all'ennesimo viaggio pericoloso non deve essere lasciato solo, dimostrando così che il più virtuoso dei sentimenti umani, quello di chi mette a disposizione la propria vita per gli altri, non è seppellito in un passato nostalgico e lontano, ma vive oggi, qui e ora.
Eppure, dalla frontiera del mediterraneo centrale a quella delle Alpi, non è più necessario aver commesso un reato o essere presunti criminali, basta essere sospettati di essere umani per essere colpiti, criminalizzati, condannati.
In questo senso, il recupero della memoria intrapreso nel percorso del film, non vuole essere un esercizio retorico (“quando gli immigrati eravamo noi”), bensì una sua riattualizzazione, attraverso i gesti e le pratiche che (soprav)vivono fino a noi.
In nessun modo si può scindere il rapporto tra la frontiera e il territorio in cui si trova.
Nel corso del '900 l'economia dell'alta montagna ha subito un radicale processo di trasformazione. Le infrastrutture hanno reso la pianura più “vicina”, mentre il cemento divorava i pendii ed il turismo soppiantava l'economia agricola di queste zone.
Oggi la rotta migratoria delle Alpi occidentali attraversa il comprensorio sciistico de “La via Lattea”, 400 km di piste da sci che corrono lungo tutta l'area del confine tra Italia e Francia. In una storia dai contrasti forti, come sempre sono quelle che si svolgono sui confini, l'immagine del bianco delle piste su cui migliaia di persone sciano calpestando il confine, contrasta con il nero della notte, in cui i due paesi, ormai svuotati di turisti, diventano terreno di caccia per i gendarmi francesi: luogo dunque di pericolo, violazione dei diritti umani e violenze.
Una perfetta metafora della moderna civiltà, dove merci e profitti viaggiano veloci mentre le persone rischiano di morire (e muoiono) per il colore della pelle “sbagliato” sulle frontiere.
Luoghi che non sono più solo linee punteggiate sulle mappe, bensì muraglie di eserciti e poliziotti, di cemento e mattoni, di leggi e persecuzioni. I “migranti”, fantasmi erranti senza nome né volto sono solo un numero statistico. La negazione della loro esistenza è il pilastro su cui si fonda l'ordine sociale e lo stato di “normalità” di questi luoghi. Non ci sono migranti, non c'è confine.
Il dispositivo della frontiera esplicita il suo volto.
Perché non provare a sfidarla nelle sue contraddizioni, ovvero attraverso il privilegio di cui si nutre e alimenta?
Il desiderio è l’anticamera della volontà, è il fondamento su cui si basa l’azione. Quando desideri qualcosa, vuoi realizzarlo a tutti i costi: ecco che il desiderio si trasforma in obiettivo.
I desideri muovono gli uomini e fanno girare il mondo. Al contrario di quanto si pensa, non favoriscono l’illusione, non ci allontanano dalla percezione realistica delle cose: i desideri rispondono piuttosto al bisogno di credere possibile il cambiamento, anche in situazioni di realtà oggettiva complicata.
Ogni essere umano ha diritto a un’esistenza libera e degna nel luogo che ritiene migliore, ed ha il diritto di lottare per restarci.
Bisogna far sapere a tutta quella gente che non è sola, che il suo dolore e la sua rabbia è visibile, che la sua resistenza è appoggiata.
Bisogna camminare insieme, perché nessuno si salva da solo, nè qui nè altrove.

Luigi D'Alife