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Note di regia di "Agalma"


Note di regia di
Il progetto nasce con l’intento di creare un racconto per immagini sull’archeologia, una materia complessa e declinabile in molteplici forme che così si rivela una scienza dalla capacità di unire, un telaio in costante mutamento, un intelligente luogo vivo. In tal senso Agalma non è un film di archeologia in senso stretto, ma allarga il suo orizzonte su una varietà di aspetti che la determinano. Il palcoscenico su cui si dispiegano le trame del documentario è il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che oltre a contenere un numero considerevole di opere del mondo antico, costituendo un faro per orientarsi nel mare magnum dell’arte antica, è un cantiere materiale e immateriale. L’umanità che nei secoli ha generato questo patrimonio e l’umanità attuale che tenta di conservarlo con tutte le forze s’incontrano in questo luogo attraverso ciò che l’uomo lascia lungo il suo cammino, dando un seguito alla storia.
È per questo che varcare la soglia del Museo, ad un primo sguardo - quello del visitatore - significa scoprire un universo immaginifico ma comunque apparentemente immobile. Addentrarsi nei suoi spazi, poi, in particolare quelli solitamente non accessibili al pubblico, rivela un microcosmo di umanità in cantiere, di persone che compiono un lavoro costante in stretta relazione con le opere d’arte. Le opere sono prima di tutto manufatti con una storia secolare, poi reperti che sono stati esposti alla corrosione del tempo e ritrovati, e infine ora, grazie a chi si è preso cura di loro, continuano a vibrare e narrarsi. Uno dei punti chiave è proprio il restauro, che attraverso una monitoraggio costante e un’azione decisa di chi si adopera per conservare e tutelare le opere, mostra questi oggetti, dall’aura apparentemente intoccabile, continuamente maneggiati. Il lavoro imprime un incessante movimento alla materia, ne mette in moto le immagini che sono nascoste in potenza al suo interno. Una mano in costante rapporto con la materia.
Il documentario è guidato dalla necessità di decostruire il fascino innegabile espresso dalle opere in mostra e di provare ad immedesimarsi in loro, a evidenziarne le fratture fisiche. Nel film esse si trasformano in fratture metaforiche; diventano un luogo di possibilità, di intuizione, di supposizioni e interpretazioni. L’occhio e la mano. Da un lato, c’è lo sguardo continuo di tecnici, studiosi, fotografi, visitatori, la macchina fotografica e ovviamente lo spettatore. Dall’altro lato, il tocco è chiaramente importante, poiché il film mostra le attività in cui i manufatti sono costantemente tenuti, afferrati, accarezzati con estrema cura e attenzione. Da punte spesse che tagliano lastre di marmo a sottili aghi che rimuovono minuscole macchie di corrosione su maschere di metallo: sonde, pori, dettagli, evidenziando l’aura di bellezza posseduta da ogni manufatto, in modo da rivelare la sua natura frammentaria. Vorrei che lo spettatore intraprendesse questo viaggio in bilico tra conoscenza - profonda e necessaria – ma nel contempo visione estemporanea dei corpi che abitano le sale, i laboratori e i magazzini. Questo registro speculativo, quello più complesso, che conduce nella doppia natura del film (ottica e aptica) si affianca con gli altri registri della mia ricerca, e del film, che convivono: osservativo e scientifico. Al primo è affidato il compito di mostrare il contesto e mettere in luce le azioni caratterizzanti degli spazi del museo. Il secondo si rivela necessario a sostenere con solidità gli argomenti garantendone l’accuratezza.
Il flusso dell’elemento materico ruota attorno agli interventi che i restauratori compiono, interventi mirati a volte a salvaguardare il manufatto, altre a sottolinearne la storia. Crepe, corrosioni, fratture, pezzi mancanti, rivelano il tempo e la caducità di opere realizzate con materiali di varia natura. Marmo, pietra, metalli, terracotta, sono alcuni dei materiali con cui i restauratori devono confrontarsi e di cui devono essere fini conoscitori. Poi, come in una struttura a raggi, piano piano ci si apre ai luoghi del museo e si scoprono ad esempio figure quasi misteriose: i consegnatari, che come dei novelli messaggeri conoscono tutto dei depositi, luoghi silenziosi come un limbo dove le opere che ancora non hanno trovato spazio espositivo riposano in attesa di vedere la luce.
Un altro aspetto su cui il documentario si sofferma è la forte relazione tra l’opera e chi la osserva o ne è osservato. Lo sguardo di una statua diviene luogo di possibilità interpretative e punti di vista; lo sguardo dell’uomo si riflette in quello della scultura antropomorfa che pare interagire ed esprimere pensieri. Ciò consente di entrare nel vivo delle questioni cruciali che ruotano intorno ad un’opera d’arte che esiste da secoli e che si trascina con sé molte narrazioni che attraversano la storia umana fino ad oggi.
Agalma indaga e incede sul dettaglio scrostando l’aura di evidente bellezza che ogni manufatto possiede per scoprirne la natura frammentaria. Il film procede come una stratigrafia, si muove su più piani narrativi, agente di conoscenza e disvelamento. L’atto e l’azione s’intersecano con la teoria, la storia e lo studio. Un equilibrio che fluttua, si mescola e diviene materia viva, materia filmabile e non questioni polverose riservate a conoscitori “iniziati”.
Salvatore Settis, nel suo Futuro del classico (Einaudi 2004), sostiene la necessità che l’arte classica non viva in immobile icona, ma in mutevole forma perché ha ancora molto da dire nel suo iterarsi e trasformarsi. È questo slancio che mi ha portato a pensare che il linguaggio cinematografico possano attraverso la forza dell’osservazione mettere in luce le questioni che riguardano l’archeologia e la storia dell’arte classica indagando la vita attuale.
Aver seguito la vita del Museo per quasi due anni mi ha dato l’opportunità di filmare svariati spostamenti, lavorazioni, installazioni e restauri. Ma solo di recente con il lungo e straordinario allestimento della Grande Mostra sulla Magna Grecia nelle sale con i mosaici di Pompei ho testimoniato, sperimentato e provato a filmare quel concetto di arte che perdura nel presente in mutevole forma nel momento in cui l’uomo riesce a donargliene una nuova. Svegliare le opere dal sonno dei depositi, riportarle in vita nel medesimo museo - dove sono state a sopire per secoli - è un messaggio alla posterità dell’ infinito fare umano. Scoprire che giovani donne siano le maggiori artefici di questa ricerca e della sua messa in mostra ne arricchisce il discorso.
Questi materiali ultimi appena girati potranno contribuire ancora una volta all’idea del mio film: un disegno appassionato, vivo e contemporaneo e insieme un approccio rigoroso nei suoi principi, ma allo stesso tempo poetico.

Doriana Monaco