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VOLEVO NASCONDERMI - Un'analisi del film


Riflessioni critiche sul film di Giorgio Diritti dedicato al pittore Antonio Ligabue


VOLEVO NASCONDERMI - Un'analisi del film
Fin dalle prime sequenze di "Volevo nascondermi", film di Giorgio Diritti presentato alla Berlinale 2020, viene palesata allo spettatore la scelta del titolo del biopic sul pittore Antonio Ligabue, mostrando subito Elio Germano nei panni dell'artista avvolto all'interno di una coperta a mò di nascondiglio.
Lo spettatore è portato subito ad immedesimarsi in questa condizione di rifugio e ricerca di protezione, grazie al fatto che il regista sceglie di mostrare le prime immagini del film dal punto di vista di Ligabue, tramite l'occhio nascosto che timidamente guarda da uno spiraglio creato dalle falde della coperta. Così si stabilisce un contatto immediato tra spettatore e protagonista, che già si preannuncia come un legame di solidarietà ed empatia.

Per tutto il film riecheggia questo desiderio di nascondere la propria figura, ma anche la propria personalità agli altri.
Diverse sono le inquadrature che hanno come unico protagonista il pittore di origini svizzere, intento a dissimulare il suo corpo: prima a scuola dai compagni che lo beffeggiano, poi a casa da un padre che non lo apprezza, e ancora durante gli incontri con i medici che lo etichettano esclusivamente come "matto", non comprendendo la sua forte sensibilità.

Volevo nascondermi si pone come obiettivo quello di raccontare i momenti più difficili della vita di Antonio Ligabue, in un movimento temporale a spirale, il cui intento non è quello di seguire la linearità degli avvenimenti, ma di scovare i traumi del pittore all'interno della sua vita sofferta.
Sembra quasi obbligatoria la scelta di realizzare un film che racconti la vita di un pittore basando la sua narrazione sui colori, ma questa scelta stilistica non è affatto banale: il film è costellato da forti contrasti di luce e buio, utilizzati sicuramente per accentuare il desiderio di protezione dell'artista.
Infatti la prima parte è avvolta dai toni seppiati e da un'oscurità che nasconde le forme; si susseguono inquadrature di interni poco illuminati della casa dell'artista, e poi del casale abbandonato dove si rifugia a vivere.
Qui troviamo la prima sequenza di luce: un'inquadratura molto ampia che incornicia le rive del fiume Po e riprende Ligabue di spalle che piange.
Una luce accecante stimolata anche dal biancore del terreno simboleggia una presa di coscienza, l'accettazione di essere un uomo diverso dal comune; il pianto non è di disperazione, ma è liberatorio.

Nonostante viva disperso nel bosco e sia costretto a cibarsi di animali cacciati selvaggiamente, per la prima volta, con questo pianto, vediamo l'uomo piegato alla volontà della natura e alla sua condizione esistenziale. Questa inquadratura è importante anche perché segna un divario tra la prima parte della narrazione e la seconda, con l'arrivo della figura salvifica di Renato Mazzacurati che lo accoglie nella sua casa e lo libera da una vita che lo rende simile ad un animale.
Ma questo agli occhi di Ligabue non è un male. La sua fonte d'ispirazione infatti sono proprio gli animali, ne studia le forme e colori, ne imita i versi per aiutarsi a riprodurli tramite la pittura e la scultura nel modo più realistico possibile.

È in sequenze del genere che la bravura attoriale di Elio Germano buca lo schermo: l'attore interpreta un ruolo difficile costruito esclusivamente sulla mimica e sulla gestualità, ma è bravo nel non scadere nel grottesco.
Germano è già avvezzo ad accettare ruoli particolari: nel film Come Dio comanda (id., 2008) di Gabriele Salvatores interpreta "Quattro formaggi" un ragazzo affetto da una malattia mentale, unico amico della famiglia protagonista del film.
Nonostante sia un ruolo per così dire secondario, Germano riesce a calibrare la forte personalità di questo ragazzo che compie gesti forti e intollerabili come lo stupro e poi l'omicidio di una donna. Ma l'attore è capace di dare dignità anche ad una figura così grottesca e pregiudizievole.

Nel caso di Ligabue, la capacità dell'attore romano di immedesimarsi nel pittore e nella sua tendenza ad avere espressioni e atteggiamenti deformati e deformanti sfocia nella realizzazione dei versi degli animali. Anche in questo caso Germano è formidabile e ci ricorda in qualche maniera la carica impulsiva di un altro ruolo: Bruno Placido di Favolacce (id., 2020) realizzato dai registi Damiano e Fabio D'Innocenzo.
Un ruolo da protagonista: un padre molto istintivo all'interno di una narrazione al limite del grottesco. Anche in questo caso la capacità di Germano di trasmettere empatia tramite smorfie del volto e un linguaggio non troppo casto, è eccezionale ed unica.

Nella seconda parte di Volevo Nascondermi cambiano i toni del film: le riprese sono sempre più nitide e dai colori caldi in concomitanza con la rinascita di Antonio Ligabue, prima identificato con il nome di Antonio Costa e poi Laccabue.
L'aiuto di Mazzacurati lo sprona a dipingere e i suoi primi quadri spiccano per i colori sgargianti: feroci animali della foresta circondati da una folta vegetazione.
Ma ancora il suo genio è incompreso: sarà lunga la strada dell'accettazione da parte di critici e soprattutto dell'accettazione di se stesso. Ma quando arriverà, sarà un'esplosione di colori e di emozioni.

Giorgia Lodato

22/09/2020, 11:05