I Viaggi Di Roby

VIDAS DE VIDRIO - "Raccontiamo la storia di Maya e Ojos"


Intervista ai registi Tommaso Valli e Daniele Giacometti, premiati come miglior corto doc al Glocal Film Festival


VIDAS DE VIDRIO -
Come e quando siete finiti a Città del Messico a incrociare le vostre vite con Maya e Ojos?

Abbiamo vissuto a Città del Messico tra il 2015 e il 2016, lavoravamo entrambi per Vice Media Mexico, nella redazione della capitale, come operatori, fotografi e montatori.
Avevamo però il tempo di dedicarci anche a progetti personali. Daniele era alla ricerca di un soggetto per un progetto fotografico. Un giorno, dopo una giornata passata cercando un soggetto senza successo, entrò nella metropolitana per tornare a casa.
Insieme a lui entrarono nel vagone proprio Maya e Ojos. Nel momento in cui hanno sbattuto i vetri per terra nel vagone Daniele si è spaventato e ha cambiato vagone. Ha osservato la dinamica da fuori, attraverso un vetro, inquadrata nella cornice del finestrino e ha capito che poteva essere esattamente quello che stava cercando. Gli sembrava una follia avvicinarsi e non aveva idea di come potesse fare, gli sembravano molto pericolosi.
Qualcosa lo ha spinto a fare quel passo fuori dalla sua zona di comfort, a superare quella paura di fare un passo nel vuoto e gli ha chiesto timidamente se poteva fargli delle foto. Con sua sorpresa loro hanno accettato e, anzi, provavano un certo senso di piacere nell’essere fotografati. Per questo dopo le foto Daniele gli fece una breve intervista audio, prima di tornare a casa.
Guardando le foto, Daniele si è reso conto che questo era materiale per qualcosa di più che un progetto fotografico e con Tommaso è nata l’idea di farci un documentario.
Non avevamo idea di come rintracciarli, ma solo un numero di telefono a cui il giorno dopo ci ha risposto una ragazza che diceva che Ojos era finito in carcere e che Maya era sparito. Vivono la loro vita alla giornata e ogni giorno può succedere di tutto. Facendo anche qui un passo in una direzione per entrambi assolutamente non abituale siamo andati al commissariato chiedendo di Ojos. Era stato trattenuto per 24 ore per essere stato visto nel metrò a fare il fachiro. La nostra visita l’ha sicuramente colpito e forse è stato il primo piccolo passo che lo ha spinto ad avere un po’ di fiducia nei nostri confronti. Ci ha invitato a tornare al punto di ritrovo della sua banda nella piazza di Pino Suarez, a due passi dal centro storico di Città del Messico.
Siamo tornati due giorni dopo con l’idea di riprendere tutto da subito, pronti a filmare da subito tutto quello che loro volevano condividere con noi. Siamo stati accolti con grande interesse e tutto ad un tratto eravamo noi a seguire le loro indicazioni, erano come dei presentatori TV e ci presentavano la loro realtà: il loro punto, la loro banda, i loro modi di fare i fachiri, le loro droghe. La prima scena del documentario è letteralmente la nostra prima ripresa.

Che difficoltà (se ci sono state) avete trovato nell'avvicinare i vostri protagonisti?

Ci siamo chiesti fin da subito perché fossero attratti da noi, perché volessero condividere con noi tutto questo. Era evidente il loro interesse a voler catturare la nostra attenzione, tanto che fin da subito si facevano un po’ la guerra l’un l’altro per stare davanti alla camera.
Sicuramente ha giocato un ruolo fondamentale il nostro essere stranieri, in particolare europei. Questo ha creato in loro molta curiosità, volevano avere a che fare con noi. Fossimo stati messicani sarebbe stato completamente diverso.
La difficoltà principale è stata non tanto nell’avvicinarli, quanto nell’instaurare un rapporto paritario, che non si fondasse sui soldi. Venivamo visti come persone di gran lunga più ricche e privilegiate di loro e, considerato il fatto che spesso succede che i giornalisti pagano per portare a casa un servizio, sembrava sempre un po’ implicito che gli dovessimo dei soldi.
La nostra intenzione però non era quella di comprare da loro un prodotto e per questo era fondamentale non pagarli per le loro testimonianze, per noi era dare loro la possibilità di raccontarsi, se l’avessero fatto per soldi non avrebbe avuto senso. È stato un processo lungo che ha portato anche a momenti di distanza con loro, momenti di liti e di compromessi. A mano a mano però siamo riusciti a far comprendere le nostre intenzioni e soprattutto si è creato un rapporto più profondo di reciproca fiducia.
In sintesi la nostra relazione con loro è rappresentata dal ruolo della camera nel documentario: all’inizio è molto presente, spesso i personaggi parlano in camera, ci interagiscono. Gradualmente la camera diventa meno visibile e inizia a muoversi tra i personaggi con una confidenza più profonda.
Un’altra difficoltà, essendo poi la vita in strada estremamente precaria, è stata l’impossibilità di fare veri e propri piani di produzione: la loro vita è realmente alla giornata, e così sono state anche le nostre riprese. Proprio per questo avevamo deciso di optare per un documentario interattivo che includesse linee narrative anche discordanti, e per questo abbiamo avuto grandi difficoltà per farlo diventare un documentario lineare dovendo tagliare tanto del materiale originale.

Il progetto nasce anni fa ma solo nei mesi scorsi diventa un documentario e inizia a girare per festival: quali sono stati i passaggi?

Abbiamo finito le ultime fasi della post-produzione a marzo 2020 circa, mentre le riprese sono state effettuate nel corso del 2016. Inizialmente l’idea era fare un corto stando due settimane intensive con loro, poi la storia si è approfondita e abbiamo conosciuto tanti altri personaggi interessanti. Abbiamo così avuto l’idea di produrre un documentario interattivo dove poter inserire vari personaggi in ambienti 360 navigabili con interviste e più linee narrative a seconda delle scelte compiute dall’utente.
Lo sviluppo del prototipo del web-documentary è diventato la nostra tesi di laurea al Politecnico di Torino. Una volta terminato e testato tale prototipo, ci siamo resi conto che l'interattività, malgrado permettesse di raccontare più personaggi, non era la forma più adatta alla storia che volevamo raccontare in quanto non favoriva l’empatia per i personaggi.
Abbiamo quindi iniziato da capo a lavorare sul materiale, senza idee pregiudiziali, ma andando a scovare quale fosse la narrazione che vi dimorava, arrivando al cortometraggio attuale.

Domanda banale ma inevitabile: come vi dividete il lavoro? E quando avete iniziato a lavorare insieme?

Questo progetto è stato il nostro primo progetto insieme e inizialmente non abbiamo deciso una reale divisione dei compiti. Con l’andare del tempo però questa divisione si è creata in maniera naturale.
Inizialmente filmavamo in due, poi Daniele è rimasto in Messico e ha continuato da solo mentre Tommaso, tornato in Italia qualche mese prima di Daniele, supervisionava il materiale e scriveva le linee narrative.
Finite le riprese, dopo un po’ di tentativi, abbiamo capito che funzionava meglio montare insieme, confrontandoci su ogni scelta e trovando sempre soluzioni condivise da entrambi. Nella fase finale Daniele ha curato più gli aspetti tecnici seguendo Stefano Testa per la color correction e Nicola Gualandris per il Sound Design, mentre Tommaso ha gestito la distribuzione.

Nuovi progetti di cinema (insieme e /o separati)?

In questo momento stiamo cercando nuovi progetti. Stiamo pensando a un documentario, sempre in Messico, su un rito “di passaggio”, chiamato “La Ricerca di Visione”, durante il quale uno sciamano porta i partecipanti in cima ad una montagna e lascia ciascuno di loro solo all’interno di un cerchio di protezione fatto di borse di caffè, senza cibo e senz'acqua per quattro giorni e quattro notti, esposto al freddo, al sole, al vento e alla pioggia, solo con i vestiti che ha indosso. Rimane uno dei pochi riti che non prevede l’uso di piante psicotrope.
Daniele si è imbattuto in questo rituale per caso e un po’ con la stessa follia con cui aveva deciso di parlare ai ragazzi della metro ha deciso di parteciparvi, senza preparazione. Si è così creato un legame con lo sciamano, il quale ci ha aperto le porte per iniziare un progetto di documentario riguardo a tale rituale.

29/04/2021, 08:00

Carlo Griseri