CINECITTÀ SI MOSTRA
I Viaggi Di Roby

Note di regia di "Marx puo' Aspettare"


Note di regia di
Questo film nasce cinque anni fa per ricordare i compleanni dei fratelli Bellocchio superstiti che, tranne io, erano arrivati agli ottant’anni e li avevano superati (anch’io nel frattempo li ho superati) con mogli, figli e nipoti al Circolo dell’Unione di cui mio padre fu uno dei fondatori. Ma subito capii (in quel 16 dicembre 2016) che la commemorazione nostalgica di quel passato che a me, ma anche agli altri fratelli e sorelle, non aveva dato particolari gioie, non mi interessava più di tanto. Era Camillo, parlare di Camillo, che mi interessava, di cui avevo già parlato cambiandogli nome (Pippo) nel film Gli occhi, la bocca del 1981, ma in quel film in realtà parlavo di me, del gemello sopravvissuto e, poiché coinvolto completamente nell’esperienza fagioliana, volevo dare al film e a me stesso una conclusione positiva, una “sanità” finale. Un riscatto. Insomma, in parole povere, il film doveva finire bene. Infatti il gemello superstite, arido ed egoista, nel film si innamora della promessa sposa di Pippo (dopo averla odiata) e lo sostituirà in vita preservando anche la creatura che la giovane ha in grembo, figlia di Pippo. Quel film nacque sotto il segno della non libertà, della paura (del fare con paura che in arte porta al fallimento), anche la paura di dispiacere a mia madre che era ancora viva, ai miei fratelli, di non essere in linea ai principi fagioliani, tutti fantasmi che mi creavo io da solo poiché nessuno mi proibì di fare nulla. Marx può aspettare invece è diventato un film un pezzo alla volta in cinque anni fatto, ideato, montato nei ritagli di tempo tra un film e l’altro (parlo dei film normali 9 che si girano con 50 persone di troupe) libero di non avere obblighi finali, anche perché il costo è stato molto contenuto, correndo dietro ai testimoni superstiti (molti erano nel frattempo mancati, scomparsi dunque per sempre i loro preziosi ricordi) e in particolare concentrandomi sulle interviste ai famigliari, sorelle, fratelli, cognate, figli, nipoti che danno al film, per le loro testimonianze, il senso di un’intimità allo stesso tempo tragica, ma anche sublimemente ironica com’è un po’ nello stile dei Bellocchio. Interviste poi parcamente combinate con documenti fotografici, piccoli super otto su Camillo miracolosamente ritrovati, quadri, e alcuni miei film che rivelano, sia pure in forma metaforica, una verità quasi ovvia e cioè che la fantasia nasce dalla nostra vita, da come siamo vissuti, in un registro più cecoviano che scespiriano, melodrammatico anche se non è facile trovare il melodramma in Cechov (forse sì, in una chiave isterico-grottesca). Anche lo psichiatra e il prete sono una presenza importante e rappresentano, caduta la meteora della politica, i due temi costanti di riferimento della mia vita: la pazzia e la chiesa cattolica, la formazione cattolica, di cui rimangono in me ampie tracce, anche se da sempre cerco di liberarmene. La doppia bestemmia de L’ora di religione è il sigillo di questa mia condizione. Voglio ricordare infine le musiche di Ezio Bosso che arricchiscono enormemente il film. Nella sfortuna di averlo perso, una perdita enorme per la musica e più in generale per l’arte italiana, abbiamo avuto la fortuna di poterne disporre e quindi un grazie a chi ce lo ha permesso. E prima a chi ce lo ha suggerito.

Marco Bellocchio