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LOCARNO 74 - Giovanni Cioni: "I migranti, Ventimiglia e Voronoff"


Il regista toscano presenta a Locarno il suo ultimo progetto, "Dal pianeta degli umani"


LOCARNO 74 - Giovanni Cioni:
All'inizio del documentario ne racconti la genesi: sei andato a Ventimiglia per capire meglio cosa stava succedendo ai migranti bloccati alla frontiera, lì hai scoperto la storia di Voronoff e dei suoi esperimenti di un secolo fa per il ringiovanimento umano. Le due cose, unite, ti hanno dato l'ispirazione per un lavoro che non avevi in mente, prima. E' andata così davvero?

Si', la genesi e' proprio quella che racconto a inizio documentario, l'idea del film è venuta dalla connessione impossibile tra la frontiera, il silenzio e l'invisibilità del destino dei migranti e la storia - svoltasi un secolo fa negli stessi luoghi - dello scienziato Voronoff sembra uscita da film fantastico degli anni '30, il dottore pazzo che fa esperimenti con i testicoli di scimmia per ringiovanire le persone. Più volte mi è venuto da pensare 'dai, non esiste, non la conosco quindi non puo' essere vera'. Una storia talmente clamorosa da scoprire che spiazza, poi verifichi e vedi che ai tempi lo conoscevano nel mondo intero, lo citava anche Mussolini nei suoi discorsi.
Siamo di fronte quindi a una fiaba che è reale, e a un reale che sembra 'altrove'. Una connessione impossibile che mi ha affascinato: non avrei mai fatto un film sui migranti, ma neanche un film solo su Voronoff: è questo legame tra le storie e il luogo, i tempi che coesistono ad avermi convinto: solo con il cinema potevi fare un racconto simile.

Novità rispetto al passato è la tua presenza come voce narrante, tra l'altro molto efficace.

Per la prima volta la mia voce è la voce narrante. L'ho introdotta in un secondo tempo, non avevo un testo prima del montaggio ma l'ho scritto dopo: prima ho montato il film senza un testo guida, finché è stato possibile, usando le immagini delle rane e di questa 'isola misteriosa'. Poi ho preparato il testo, lo scrivevo via via come fossero appunti in corso di montaggio: lo registravo, inizialmente sullo smartphone, e poi lo inserivamo modificando un po' anche il montato... Non volevo che la voce imponesse un senso al film, ma che fosse in dialogo, in confronto con quello che si vede.
Per non avere un tono monocorde mi creavo delle melodie in testa come fossero canzoni, poi ho lavorato anche in funzione della colonna sonora, come un canto quasi, mescolando varie tecniche di interpretazione che mi sono imposto, sussurrando a tratti.
Era la mia prima volta, è stata un'esperienza di cui avevo molto timore ma che mi ha rivelato molto, non è stato facile ma mi sono divertito.
Poi abbiamo ri-registrato con un buon microfono, dovevo però ritrovare l'aspetto frammentario: mi sono messo in scena per la prima volta, e ho dovuto farlo in due lingue, prima in francese e poi in italiano. Sono due lingue diverse, l'italiano ha sempre un tono più melodrammatico del francese, che invece ti obbliga a una certa concisione che può essere anche feroce: sono due versione originali per me, come due film gemelli.

Anche a livello di immagini il lavoro è molto costruito.

Ho ripensato ai film degli anni '30 sulle isole con scienziati pazzi, poi anche a King Kong... quel promontorio sulla frontiera sembrava a tratti simile a quei luoghi, quindi ho agito in maniera anche ludica. Un esempio? Ho scelto alcune immagini da "Femmine folli" di Eric Von Stroheim, ambientato nella stessa Riviera mediterranea ma ricostruita interamente a Hollywood: un altro gioco su vero-falso-finzione-luoghi immaginari-luoghi veri. Il fantastico ti permette di dire qualcosa sul reale, poi ho aggiunto le immagini scientifiche dell'epoca con le rane, ma anche i film di vacanza, l'Invenzione di Morel e molto altro ancora.
Ho trovato anche immagini di repertorio del vero Voronoff: ha scritto testi molto belli sulla morte, non era l'unico all'epoca che faceva ricerca sui trapianti, la sua storia personale è sconvolgente. Era un ebreo russo, fuggito dai pogrom, arrivato in Francia in pieno affare Dreyfus, poi famoso nel mondo e quasi "invincibile", o almeno così credeva. Quindi si sentiva protetto, e non si accorse del vento che cambiava, con l'arrivo di Hitler... era rinchiuso nella sua bolla, nel suo mondo e non vede la morte che sta arrivando. L'ho trovato, anche questo aspetto, molto simbolico.

In un progetto così stratificato quando si capisce che è giunta l'ora di mettere la parola fine?

Mi faccio sempre delle specie di mappe quando affronto un progetto, so dove voglio andare, sapevo che il film sarebbe finito con il cataclisma. Ma in ogni singolo movimento le cose si sono sviluppate, creando nuove connessioni, ma ho capito quando il film c'era, anche se alcune cose erano ancora da rivedere. A volte ho temuto di essermi perso, di non andare da nessuna parte, di costruire un progetto fine a se stesso: i film devono andare sempre oltre le proprie intenzioni, devono aprire a cose inaspettate anche per me, non mi piace controllare tutto, voglio scoprire cose nuove ad ogni proiezione. Ma a un certo punto ho capito che c'eravamo, che "Dal pianeta degli umani" era concluso.

01/01/2050

Carlo Griseri