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Note di sceneggiatura di "Mio Fratello, Mia Sorella"


Note di sceneggiatura di
“Mio fratello, mia sorella”, scritto a quattro mani da Paola Mammini e Roberto Capucci, che ne è anche il regista, ha alla base una “scommessa” postuma fatta da un padre che cerca di rimediare ai suoi errori costringendo i propri figli a convivere per un anno e darsi la possibilità sia di ritrovarsi dopo tanti anni, che di perdonarsi l’uno con l’altra. Il rapporto tra due generazioni di fratelli, Nik e Tesla e dei figli di lei, Sebastiano e Carolina, è alla base di questo quadrilatero relazionale, che si incrocia tra generazioni anche nei rapporti e nelle responsabilità genitoriali, e negli effetti che queste hanno nel carattere e nelle azioni dei personaggi e, in un certo senso, di ogni essere umano. Al di fuori della “famiglia” agiscono solo due altre figure, per certi versi in antitesi tra loro, tra passato e presente, ma che hanno un ruolo importante nello svolgersi delle vicende: Emma e Giada. Il film parla di relazioni, protezione, ossessione, accettazione, dipendenza reale ma anche affettiva, conflitti e perdono. Centrale è anche il tema legato alla disabilità mentale e nello specifico la schizofrenia, di cui soffre Sebastiano. Il lavoro si ricerca e di credibilità di questa importante patologia, poco conosciuta e considerata rispetto a quanto si dovrebbe, è stato lungo e accurato, ma anche molto interessante. Grazie al supporto della SIP (Società Italiana Psichiatria) e di alcuni tra i più importanti psichiatri in Italia, abbiamo cercato di rendere il più possibile verosimile e accurata la descrizione della patologia. Il nostro approccio è stato umile ma allo stesso tempo profondamente curioso. Attraverso il supporto degli stessi psichiatri abbiamo potuto parlare con i pazienti e i parenti di questi, per documentarci, ma anche per poter mostrare poi agli attori stessi, le dinamiche e le caratteristiche della malattia, con l’obiettivo di creare empatia con lo spettatore e verosimiglianza con la realtà. Abbiamo studiato le crisi psicotiche, le voci, le stereotipie, le famiglie cosiddette “schizofrenogene” e capito quanto sia invalidante questo tipo di malattia non solo per chi ne soffre, ma anche per i parenti più prossimi. La scelta e la sfida che abbiamo compiuto, prima in scrittura e poi in regia, è stata quella di mostrare la malattia esattamente come la potrebbe osservare chiunque esternamente, evitando la parte visiva allucinatoria, che difficilmente si riscontra in pazienti come Sebastiano, definiti ad “alta funzionalità”. Sicuramente farlo sarebbe stata una scelta più facile e “spettacolare” ma di sicuro avrebbe reso la narrazione meno realistica. Abbiamo invece voluto rendere dignità e veridicità alla patologia, mantenendo comunque intatte le capacità relazionali emotive del personaggio affetto, proprie del suo stato di gravità della malattia. Sebastiano, quindi, parla con “Kelvin” che non sentiamo mai, ma comunque ne percepiamo la presenza, l’ingerenza e le dinamiche di rapporto con il ragazzo. Questo non vuol dire che “Mio fratello, mia sorella” sia una specie di docu-film sulla schizofrenia, piuttosto, abbiamo cercato di armonizzare la verosimiglianza della patologia con il racconto. Questa gravosa “sfida” l’abbiamo poi messa nelle mani degli attori, cercando di monitorare passo dopo passo (anche grazie al supporto degli specialisti che ci hanno seguito), ogni scena, tenendo comunque centrali le relazioni e i conflitti e l’argomento del film che poi è alla base di quello che abbiamo imparato nella nostra “ricerca”: da questa malattia non si guarisce ma ci si può imparare a convivere, proprio attraverso la forza dei rapporti umani che sono centrali nella tematica del film che abbiamo voluto raccontare.

01/10/2021, 16:25