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Note di regia di "La Teoria del Vuoto"


Note di regia di
La necessità di raccontare la storia di Libero, Emma e Luna nasce dal rapporto che io in primis ho con la mia città natale, che è la medesima del cortometraggio. Il “nido”, luogo dove ognuno di noi nasce, cresce e che ad un certo punto abbandona, rappresenta la metafora di ciò che ci tiene legati ancora al nostro essere bambini, innocenti creature che credono di meritare molto di più. La provincia, intesa come “terra di mezzo “tra grandi realtà, non propone nessun tipo di sbocco o di via di fuga, e questo finisce per far sembrare queste cittadine vere e proprie prigioni per chi è costretto a passarci l’intera esistenza. Le tre diverse espressioni di insofferenza dovuta a questo genere di realtà sono incarnate dei tre protagonisti: Libero incarna lo spirito di chi, appunto, ricerca la libertà, l’emancipazione, desidera lasciarsi le proprie origini alle spalle e far finta di non aver mai fatto parte di quel mondo che non riconosce e che sembra non riconoscerlo; Emma, d’altro canto, rappresenta invece lo spirito sovversivo ed estraniato, è quella che non è potuta scappare, e che forse non ha mai voluto farlo perché convinta di non potere, convinta di essere parte integrante di quello spettacolo desolante che è una cittadina fascista di nascita e industriale di fatto; Luna è invece l’innocenza, colei che non ha colpe ma che è costretta a subire una vita che pensa di non meritare: Luna vorrebbe essere una ragazzina come le altre, vorrebbe uscire, farsi degli amici, avere un ragazzo, vivere. L’ambito della casa-famiglia era la metafora perfetta per rappresentare questo stato di impasse. Un luogo in cui si è costretti a vivere tuti insieme, ognuno con i propri ingombranti problemi da gestire in uno spazio ristretto e finito, squallido per quanto sia la cosa più vicina ad essere una casa.
L’intenzione era quella di raccontare la città come un prigione, di lasciare lì sullo sfondo la fabbrica di bombe a fare da sentinella, con la sua ingombrante e inquietante presenza. Il rumore basso e profondo della fabbrica perennemente in movimento è stato mischiato ai dialoghi e alle musiche per tutta la durata del cortometraggio, in modo tale da essere sempre lì, presente anche se celata. La città finisce per diventare più che la protagonista il vero punto di vista della storia: un punto di vista impassibile, imparziale, disinteressato. Perché storia drammatiche come questa succedono tutti i giorni, senza che nessuno ne sappia nulla, e anche se lo sapesse verrebbe comunque recepito con la stessa impassibilità con la quale apprendiamo delle disgrazie al telegiornale: cambiando canale. La teoria del vuoto vuole essere questo: la critica ad una società che osserva impassibile il mondo esplodere senza neanche fingere interesse.

Daniele Cernicchi