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Note di regia di "La Casa del Bosco"


Note di regia di
Ai margini della ZAI veronese, c’è un luogo che nel margine ha trovato le ragioni profonde di un’umanità che non esita a mostrarsi sotto i segni del bisogno e dell’accoglienza.

La Comunità Terapeutica “La Genovesa”, che da decenni raccoglie persone di ogni età che si trovino nel bisogno a causa di alcoldipendenza e tossicodipendenza, ci ha aperto le sue porte nel settembre 2020, accettando la proposta di un percorso produttivo da realizzare con il coinvolgimento collettivo degli ospiti di pronta accoglienza e lunga degenza. Assediata dal raccordo autostradale, esposta a controversie demaniali come al brusio della produttività che non conosce mai sosta, La Genovesa è una bolla di irrealtà in un paesaggio di brutale realtà: là dove la violenta alienazione dei nonluoghi è la realtà che tutti sperimentiamo e l’umano, invece, è diventato l’irreale. Una visione verde e celeste che tremola contro il fondo di un indistinto grigiore.

Calare qui la scrittura di Anna Maria Ortese è stata una scelta istintiva, il perfetto combaciare di luoghi volti vite con una scrittura fra le più sensibili della nostra letteratura, forte nel denunciare gli orrori di un progresso disumano, il cui alto prezzo è pagato dalle creature più miti. L’occasione di raccontare l’anima di un luogo e dei suoi temporanei abitatori non con la cronaca “obiettiva” del documentario sulle dipendenze, ma attraverso il vetro appannato del fantastico. Come ogni vero scrittore fantastico, infatti, la Ortese non vorrebbe essere tale. Vorrebbe soltanto nominare la realtà che conosce. Ma la sua realtà è subito allagata da una piena di immagini, che la rendono multipla, variegata, senza fondo.

La Casa del bosco riassume, nel piano titolo prestato dalla scrittrice, le direttive spaziali e tematiche entro le quali abbiamo provato a muoverci in questo sogno collettivo sognato dagli ospiti della comunità. La casa è La Genovesa, dimora di campagna convertita a struttura di accoglienza. Il bosco è il terreno intorno, dove orti e stalle lasciano spazio a polverose macchie di acacie, tralicci dell’alta tensione, piloni di cemento, voragini edilizie e cumuli di ghiaia. “Casa” è rifugio e cura, la concreta accoglienza di una comunità, ma anche luogo che si deve abbandonare con fatica per tornare nel mondo. “Bosco”, allora, è quanto confonde la vista, la selva oscura che ci sgomenta lungo sentieri incerti che sembrano girare sempre in tondo. Qui si fanno incontri che ostacolano oppure offrono luce, tutti però contribuendo a spingerci verso il limitare del bosco, dove la vista finalmente spazia.

Giovanni Benini e Luca Mantovani