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Giuseppina Coluccelli in arte "Dolores":
la sua storia al di fuori del Doc


Giuseppina Coluccelli in arte
Giuseppina Coluccelli detta "Dolores" è nata a L’Aquila.
Figlia unica, fu mandata a scuola dalle suore. Trasferitasi a Roma da ragazzina, si è poi sposata mettendo al mondo cinque figli. Il matrimonio e la serenità familiare erano continuamente minacciati dai problemi del marito con l’alcool, tanto che Carabinieri e Polizia erano costretti ad accorrere continuamente a sedare i loro violenti litigi. Dopo l’ennesima minaccia alla sua persona, Giuseppina, messi i figli più piccoli in collegio, decide di allontanarsi dalla famiglia.
Nel 1975 rimasta sola incontra il mondo del cinema nel quale fa qualche comparsa…aspettando nel frattempo, con trepidazione, di poter andare ad abitare in una casa popolare di cui aveva fatto domanda a Castel Fusano; ma, inaspettatamente e per motivi ancora oscuri, la casa che le era stata assegnata viene data a qualcun altro…
E così si ritrova sola, senza un soldo, senza un vero lavoro e senza casa.
Da allora, trent’anni fa, Giuseppina che ha poi preso il nome di Dolores, ovvero il soprannome che in genere ti dà la strada, non è più riuscita ad abitare. Ha trovato ricovero notturno solo saltuariamente e solo in alloggi di fortuna, spesso squallide camerette all’interno di dubbie pensioni, quasi tutte nei pressi della Stazione Termini. A nulla sono valsi tutti i tentativi per riuscire ad avere una casa o quanto meno una stanza tutta sua in qualche struttura comunale.
Una decina d’anni, Dolores è costretta a passare la notte nello stanzino di una pensione, un vero e proprio sgabuzzino destinato in origine alle scope, uno spazio eisguo in cui non entrava neppure un letto e dove Dolores, seppure bassa di statura, era costretta a rannicchiarsi, coperta dai suoi vestiti che non potevano essere sistemati in un armadio. Prezzo dello sgabuzzino: 30 mila lire a notte, che, col passaggio all’euro diventeranno presto un affitto mensile di 450 euro!
Per rimediare i soldi necessari all’affitto, Dolores prenderà a fare, sera per sera, il giro dei bar della zona per cercare di esibirsi, concludendo il suo “spetacolo” nel locale dell’amico Jonathan – in maniera non sempre fruttuosa.
Come se non bastasse, la proprietaria della pensione si è sentita più volte autorizzata, in modo del tutto arbitrario, a non aprire a Dolores la porta di casa al suo rientro; adducendo le scuse più improbabili e respingendola nel freddo buio dell’inverno…
La regista ha incontrato Dolores in una di queste notti. Ne ha raccolto gli sfoghi partecipi, ma tutt’altro che patetici. Come il suo canto, anche il lamento di Dolores ha il suo stile e non è raro che si concluda con qualche battuta autoironica. Del resto ciò che da subito colpisce di lei è proprio la sua leggerezza, vitalità, inventiva con cui soleva e suole condurre l’esistenza, in netto contrasto con la natura astiosa dei suoi problemi.
Ma Dolores non è propriamente ciò che si può definire una ”senza fissa dimora” e non solo perché a tratti ha avuto dove riparare per la notte, ma anche perché, pur non avendo né casa né famiglia né uno stipendio per sopravvivere, si comporta come se li avesse; di sera va fuori, si siede a un bar e si diverte proprio come chiunque altro, con una normalità che può trarre in inganno, che quasi non lascia intuire che ci si trova di fronte ad una donna costretta talvolta a dormire per strada, per non dover ripiegare su un dormitorio che, per la sua dignità e intimità, sarebbe anche più sconveniente.
Ma, a dispetto di chi in modo superficiale e sbrigativo la etichetta come “una matta”, Dolores è riuscita non solo a sopravvivere miracolosamente, ma - piano piano - a diventare un’artista della vita e della strada.
Tutto sommato, Dolores è persino riuscita a farsi concedere una pensione di anzianità…
Ma cosa ne è degli altri? Che ne è di tutti quelli che non ce la fanno, a cui neppure viene più in mente un motivo per radunare le forze e scendere in piazza a combattere la propria personale battaglia?
E quanti si sono arresi? Quanti hanno finito col dimenticare che, nel “far parte” di una società, hanno diritto di un luogo a cui appartenere?
Sono tanti coloro i quali hanno smesso di considerare questa possibilità come plausibile, o hanno preso a fuggire per paura di un nuovo abbandono… e si nascondono, fino a scomparire del tutto, per poi esplodere in reazioni rabbiose verso una società che si prefigge di andarli a scovare, pur senza senza in fondo volerli davvero.

07/05/2008, 21:25