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"Beket" il terzo capitolo della trilogia
della solitudine di Davide Manuli


Esce nelle sale italiane "Beket" di Davide Manuli, pellicola sull'assurdità dell’esistenza tratta dall'opera teatrale "Aspettando Godot" di Samuel Beckett.


“Beket” è il secondo lungometraggio di Davide Manuli, successivo all’opera prima praticamente invisibile “Girotondo, Giro Attorno al Mondo” prodotto e distribuito da Gianluca Arcopinto ormai dieci anni fa. L’ultima fatica dell’autore milanese è quella da lui definita il terzo capitolo della trilogia della solitudine, ed il film in uscita narra più specificatamente dell’assurdità dell’esistenza. E’ infatti tratto dalla famosa opera teatrale di Samuel Beckett con la quale risulta perfettamente in linea, a livello generale nello schema ma poi in particolare in molti aspetti; i dialoghi e la realizzazione stessa del lungometraggio sono infatti dichiaratamente volti a recuperare le suggestioni del testo scritto alla fine degli anni quaranta e pubblicato in lingua originale francese nel 1952.

“Beket” come precisa il regista quarantunenne, “prende forma dalla necessità di esprimersi con libertà ed è una operazione retrò dall’ampio respiro cinematografico. Per potersi permettere questa libertà è stato necessario pensare ad un’opera produttivamente piccola, che unisce la povertà produttiva alla ricchezza dei contenuti". Il film è stato girato in 13 giorni con una troupe di 10 persone. La Sardegna è stata scelta per i magnifici paesaggi naturali ancora incontaminati e per la sua splendida luce solare a noi necessaria. Il lungometraggio è stato realizzato in super 16 senza luci artificiali, con la sola cinepresa ed il cavalletto.

“Beket” è un’opera di estrema nicchia che dichiara la sua chiusura nei confronti del mercato medio attuale. La macchina da presa di Davide Manuli è perfettamente al servizio della storia, perlopiù segue la vicenda con piani sequenza o al limite con canonici movimenti di macchina; quello che non è canonico è appunto tutto il resto. Certo è considerevole e forte l’idea della metafora sulla vita (molta attuale ma certo già vista) e l’estrema capacità di coerenza narrativa e cinematografica è indubbia; il coraggio del regista poi non può che risultare eroico. Certo nel panorama del cinema attuale ci si potrebbe aspettare più voglia di raccontare storie originali e quindi una ricerca narrativa più evoluta e costruttiva. Un pizzico di speranza in più potrebbe quindi non apparire mal riposto anche dal momento che ultimamente il cinismo, in certo cinema italiano, appare più che dilagante; aldilà del gia visto quindi, magari, “l’azzardo” di andare oltre le mode...

23/01/2009, 16:00

Giovanni Galletta