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"Fortàpasc", Risi racconta la storia di un “eroe borghese”


Marco Risi ritorna al cinema "civile", raccontando la tragica storia del giornalista campano Giancarlo Siani nel suo nuovo film "Fortàpasc", una coproduzione Rai Cinema, BiBi Film e Minerva Pictures.


Uno che scelse di essere un “giornalista-giornalista” e non un “giornalista-impiegato”: ecco chi era Giancarlo Siani. Il primo e unico giornalista assassinato dalla camorra, nel 1985. La sua vicenda ha ispirato “Fortapàsc”, l’ultimo film di Marco Risi, da venerdì 27 marzo in 150 sale italiane. La pellicola; una coproduzione Rai Cinema, BiBi Film e Minerva Pictures; ricostruisce gli ultimi mesi di vita del 26enne cronista del quotidiano napoletano “Il Mattino”, freddato con alcuni colpi di pistola proprio sotto casa sua. Ma andiamo con ordine. E facciamo un passo indietro. Siamo nella prima metà degli anni Ottanta a Torre Annunziata, piccolo comune partenopeo diventato terra di conquista per due clan mafiosi rivali. Quello dei Nuvoletta, da una parte, e i Bardellino dall’altra. In mezzo, c’è il boss locale Valentino Gionta, pesce grosso del piccolo stagno. Qui, in questo “Fortàpasc” nostrano, vive e lavora (in nero) il giovane Siani. Che si fa “notare” proprio raccontando la carriera prepotente del clan Gionta. Al volante della sua Citroen Mehari, il cronista “abusivo” del “Mattino” percorre i vicoli di Torre Annunziata armato di taccuino e macchinetta fotografica. Indaga, Siani. Domanda, riscontra, sbircia. E alla fine riporta tutto nei suoi articoli. Con tanto di nomi e cognomi. Anche quando il suo caporedattore gli consiglia di farsi un po’ di più i fatti propri, non si scoraggia. Nessuno gli fa annusare medaglie. Al massimo, ottiene una scrivania da praticante a Napoli, dove, beffa crudele, approda poche settimane prima di morire ammazzato. Fa il suo dovere fino in fondo, almeno fino a quando glielo lasciano fare. Poi, i dieci colpi di pistola.

Fra gli interpreti del film di Risi, oltre all’ottimo protagonista Libero De Rienzo, molti volti noti del cinema d’autore. Alcuni nomi? Ennio Fantaschini, Renato Carpentieri, ma soprattutto Gianfelice Imparato, già nel cast di "Gomorra". Il che ha fatto pensare a una sorta di “padrinato” artistico da parte del pluripremiato film di Matteo Garrone.
Ma Marco Risi nega: "Quando ho cominciato a pensare al mio film, sei o sette anni fa, “Gomorra” neppure esisteva. Ho amato il film di Garrone, che però è molto diverso dal mio. Quello è un film rapsodico, tormentato, che racconta tante storie. La mia è una pellicola più classica, che racconta una sola storia e lo fa fino in fondo. In effetti, alla ricostruzione documentaristica del contesto politico-criminale, Risi predilige la storia personale di Siani. Con annessi amori, amicizie e inquietudini. Certo, la Napoli degli anni Ottanta c’è eccome: scugnizzi per le strade intenti a emulare il primo Maradona, lenzuoli bianchi sporchi di sangue a ogni angolo, terremotati, macerie. Ma questo film è soprattutto il racconto di come ha vissuto, lavorato ed è morto un uomo onesto, intelligente e coraggioso. Che certe cose le scriveva perché «è il mio lavoro, e poi la gente per scegliere deve essere informata".

Per Marco Risi un ritorno al cinema “civile”, dunque. Con un lavoro che "nasce dall’esigenza di risarcimento nei confronti di Giancarlo Siani", come ha detto il produttore Angelo Barbagallo. Eppure, "Giancarlo non voleva essere un eroe, nè un Don Chisciotte", ha precisato il fratello Paolo, " voleva solo raccontare ciò che vedeva".

26/03/2009, 08:39

Virginia Di Marco