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“L’Uomo Nero”: l’Amarcord di Sergio Rubini


Il cinema di Sergio Rubini da tempo si è dimostrato prezioso per il suo nobile gusto della narrazione e la capacità di rendere con le immagini le vicende raccontate. ”L’Uomo Nero” non è un’eccezione alla regola, emoziona e convince pienamente.


“L’Uomo Nero”: l’Amarcord di Sergio Rubini
“L’Uomo Nero”, il decimo lungometraggio di Sergio Rubini, è stato presentato lunedì mattina alla Casa del Cinema di Roma e sarà nelle sale dal 4 dicembre 2009 con circa duecento copie. Il film è prodotto da Donatella Botti che porta sul grande schermo per la seconda volta un’opera di Rubini dopo “L’Amore Ritorna”.

Il nuovo lavoro del regista pugliese non manca di confermare il suo indubbio talento narrativo e visivo. Sergio Rubini torna in Puglia per l’ennesima volta per raccontare una storia radicata nella memoria come aveva già fatto in “La Terra”, riferendosi però anche al suo precedente “Colpo d’Occhio” per l’attenzione, e forse critica appunto, al mondo della critica, a “L’Amore Ritorna” per i suoi snodi onirici e soprannaturali e quindi un po’ a molto cinema di Fellini. Il personaggio protagonista di “L’Uomo Nero”, dal regista stesso interpretato, ricorda poi non solo ovviamente quello della sua opera prima “La Stazione”, ma anche quello del padre di famiglia di “Tutto l’Amore che c’è”, ugualmente piccolo e squallido professionista di provincia, purtroppo senza vera arte ne parte, che cerca di dare vita alla sua anima artistica richiamando non solo l’incomprensione ma anche la derisione delle persone che ha attorno (un altro personaggio simile è stato narrato ne “L’Amore Ritorna” ed interpretato dal padre stesso del regista.

“L’Uomo Nero” può apparire quindi come l’Amarcord di Rubini, in particolare per la sua matrice di rievocazione nostalgica basata sui ricordi del passato ambientati nello sua terra d’origine, come aveva fatto appunto nella sua città il famoso regista riminese, ma poi in generale per la capacità di visionarietà dell’attore e cineasta pugliese mai così sottolineata. Le immagini del film sono sempre funzionali alla narrazione e non suonano didascaliche nemmeno quando il regista, come commuovente omaggio alla sua terra, accosta i colori della Puglia appunto a quelli della passione e competenza dell’Ernesto da lui interpretato per i dipinti di Cezanne; le visioni dei personaggi protagonisti si rivelano poi immagini che rimangono addosso per la loro capacità di suggestione. Ma il lato più forte di tutto il cinema di Sergio Rubini, il pregio che ne “L’Uomo Nero” non manca certo di riproporsi e rinnovarsi, è la sua capacità di suscitare non solo attenzione ma autentica emozione per la scrupolosità del racconto, per il suo gusto autentico, nobile e prezioso, della narrazione poi reso tecnicamente in modo sempre appropriato nonché ricco e visivamente costruttivo, leggero e allo stesso tempo di indubbio impatto. Tutte queste caratteristiche non mancano di confermare quanto sia prezioso il cinema di Sergio Rubini, mai abbastanza riconosciuto a causa della sua maggiore fama di attore che nei suoi lungometraggi almeno appare invece giustamente sempre più come una presenza consueta e caratteristica ed un buon elemento di contorno che impreziosisce semplicemente il suo impegno di regista. Nel caso del film in questione poi l’atmosfera da commedia, elemento non troppo ricorrente nel suo cinema, funziona e diverte perché sa descrivere con grande funzionalità, lucidità e competenza, lo squallido provincialismo che racconta; nonostante questo dato di fatto la narrazione non perde di vista i momenti struggenti come il finale, quelli che aprono gli occhi allo spettatore e lo sorprendono con l’inquietudine che rientra poi nella purezza della riscoperta della bellezza della vita che i personaggi protagonisti del film, nei quali nel frattempo ci si è identificati, avevano smarrito e immancabilmente perso di vista. Dalla visione di “L’Uomo Nero” se ne esce meravigliati e rinnovati, senza dubbio soddisfatti del tempo trascorso in un universo che ha assorbito la profondità dell’anima di chiunque di noi è ancora capace di emozionarsi per la consapevolezza di avvertirsi ancora davvero vivo.

“Siamo partiti con gli sceneggiatori da degli spunti che avevo raccontato loro e dal fatto che mio padre e quello di Domenico Starnone sono stati entrambi e allo stesso tempo capi stazione e pittori dilettanti”, ha confidato Sergio Rubini alla conferenza stampa. ”Certo sono tornato a me stesso anche perché credo che in ogni caso, scrivendo e dirigendo un film, lo si faccia anche quando non se ne è consapevoli. Non è che ho voluto parlare della critica sull’arte come può sembrare ma più che altro mi è interessato mettere il pregiudizio al centro della narrazione del film, quello che comunque proviene da dei personaggi disperati e frustrati aldilà della loro più appagante apparenza pubblica. Era mia intenzione poi raccontare di come i figli raramente riescono a capire i loro padri perché sono portati a vederli dietro il loro ruolo di genitori e non li considerano davvero come semplici persone. Poi ho cercato semplicemente di fare un film dei sensi, raccontandomi per quello che sono, istintivamente ed emotivamente, a differenza del mio film precedente in cui ho inserito un po’ la personalità fredda e razionale che mi piacerebbe riuscire a dimostrare in certi momenti".

02/12/2009, 12:50

Giovanni Galletta