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"Draquila – L’Italia che Trema": la nuova
"inchiesta" di Sabina Guzzanti


"Draquila – L’Italia che Trema" di Sabina Guzzanti, un documentario/inchiesta destinato a soddisfare chi da anni è alla ricerca di un “Micheal Moore” all’italiana, e non solo.


Notte fonda. Qualche lampione illumina una strada deserta, dove a farla da padrone sono i resti di alcune palazzine crollate. In altri edifici vicini, vi è ancora qualche luce accesa, ma degli abitanti del luogo nessuna traccia. Per chiudere il quadro spettrale, mancherebbero solo i vampiri, ma queste leggendarie creature ormai si muovono alla luce del sole e sono più presenti nelle nostre vite di quanto non ci si possa immaginare.

Dopo essersi battuta in difesa della libertà di espressione con “Viva Zapatero!” e aver riunito gli attori del programma degli anni ‘90 “Avanzi” in “Le Ragioni dell’Aragosta”, torna sul grande schermo Sabina Guzzanti con “Draquila – L’Italia che Trema”, selezionato ufficialmente fuori concorso per il prossimo festival di Cannes. Il titolo richiama quell’Aquila, scossa un anno fa da un sisma che ne ha cambiato per sempre la propria storia, ma nello stesso tempo cita Dracula, signore dei vampiri, creature che per sopravvivere succhiano il sangue delle povere vittime. Alla luce di un’inchiesta, condotta da una Guzzanti mai così fredda e concreta come questa volta, si presentano dinnanzi allo spettatore i vampiri di oggi, quelli che si nutrono delle paure e delle speranze della gente, che risiedono a Palazzo e negli anni hanno messo in piedi una sorta di Stato parallelo. Il documentario illustra nei minimi particolari un “sistema” che ha per braccio la Protezione Civile e per testa il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Un sistema nel quale tra i “Grandi Eventi”, sovvenzionati con soldi pubblici, rientrano appalti che vanno dai “Mondiali di nuoto” alla celebrazione dei quattrocento anni dalla nascita di San Giuseppe da Copertino. Ma “Draquila” non è solo l’ennesima opera antiberlusconiana, e proprio nei momenti in cui rischia di diventarlo, l’attenzione va scemando. Il film della Guzzanti è innanzitutto una testimonianza di chi, per lunghi mesi, ha ammesso di aver vissuto in uno stato di prigionia nelle tendopoli, dove il caffè e la coca cola venivano proibiti perché considerati sovreccitanti, dove ogni scelta doveva essere resa possibile dal “capo-campo” e dove chi tentava di rientrare nella propria casa veniva multato. Poco hanno invece a che fare con l’interessante idea di fondo del documentario, le vicende legate a Ciancimino Jr. e al “sexy gate” della scorsa estate, che appaiono talvolta forzate pagine di cronaca, innestate per mostrare le varie sfaccettature del colpevole di un unico grande “scandalo”. Cinema d’inchiesta e di qualità, dunque, che è destinato a soddisfare chi da anni è alla ricerca di un “Micheal Moore” all’italiana, e non solo.

03/05/2010, 18:36

Antonio Capellupo