Festival Internazionale della Cinematografia Sociale \
!Xš‚‰

Note di regia del documentario "Muyeye"


Note di regia del documentario
"Fin dall’inizio del mio coinvolgimento come documentarista nel progetto di costruire una scuola a Muyeye ho sentito che il mio compito non era soltanto raccontare e "celebrare" lo sviluppo di un progetto di cooperazione, ma soprattutto documentare gli eventi umani conseguenti all’incontro di due mondi lontani e diversi, i "matti" italiani e gli africani nella loro dimensione.
Quando sono arrivata in Kenia non avevo un preciso schema narrativo nella testa, ma avevo il cuore aperto nell' osservare e ascoltare quello che la vita mi portava."
"La vita mi ha portato a conoscere la gente di Muyeye, Nebat, Kahaso, Riziki, Alex e Luca. Poi c'erano Fabio, Marco, Ketti, Gianna, Valeria e tutti gli altri che ruotano attorno al mondo della salute mentale e che in Africa erano venuti appunto a realizzare una scuola professionale."
"Nel corso del tempo che ho trascorso a Muyeye il documentario, che qui vi raccontiamo, si è sviluppato davanti ai miei occhi (e alla telecamera di Sergio) in modo naturale, a volte anche imprevisto. Ho cercato di favorire alcune situazioni o alcuni incontri, poi il gioco prendeva una sua autonomia, come in un grande "domino" spontaneo, e allora le persone si cercavano, avevano voglia di incontrarsi, di conoscersi mentre tutto si intrecciava con la mia verità emotiva. Alla fine, nel montaggio, ho dato forma all'amalgama narrativo cercando di creare una poesia di eventi e di emozioni."
"Ecco, per me fare documentari significa tutto questo."

Juliane R. Biasi


"Nei documentari come nella vita ci vuole anche fortuna. Durante la produzione di Muyeye la fortuna arrivò inaspettata quando incontrammo Nebat Jumba e la sua famiglia. Senza di loro il film sarebbe affondato in un marasma di storie diverse dal mondo della malattia mentale. Dall’Italia arrivavano nel villaggio gruppi sempre nuovi di utenti, familiari e sanitari. La staffetta dei "matti" era una vera disgrazia da un punto di vista narrativo. Rischiavamo di mettere insieme solo un mosaico di personaggi, storie forti ma slegate tra loro. Nebat era incuriosito dalla nuova scuola che cresceva a Muyeye: aveva capito che era il futuro dei suoi figli. Ma c’era anche un altro motivo che spingeva quell’uomo verso i nuovi venuti: Riziki, la sua seconda moglie e madre dei suoi quattro figli, è malata di mente".
"La storia di Nebat ha legato i frammenti di questo film dando un senso compiuto al documentario. Lui ci ha accolto nella sua capanna, ci ha offerto il suo cibo, ci ha presentato senza pudori la malattia di Riziki. Tra le tante scene emozionanti, forse quella più sorprendente l’abbiamo vissuta in cava. In quella buca bestiale, dove Nebat e un gruppo di donne spaccano sassi, ho sfiorato la magia dell’Africa. Una lavorante ha iniziato a cantare. Poi un’altra. E un’altra ancora. Qualcuno batteva il tempo con un barattolo. In un attimo l’inferno è diventato un luogo traboccante di vita. Là dove sembrava di cogliere solo immagini di rassegnata disperazione, c’era invece intatta la forza di questa gente".

Sergio Damiani