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"This Must be the Place", parla Paolo Sorrentino (parte 2)


Parlaci del look piuttosto estremo di Cheyenne.. il rossetto, il trucco, i capelli, l’abbigliamento tutto in nero…
Il look è ispirato a quello di Robert Smith, il leader dei Cure. Da ragazzo avevo visto i Cure in concerto diverse volte. Poi, tre anni fa, ci sono tornato e ho visto Robert Smith, ormai cinquantenne, con lo stesso, immutabile look di quando aveva vent’anni. E’ stato “impressionante” nel senso positivo della parola.
Vedendolo da vicino, mentre attraversava il backstage, ho compreso quanto può essere bella e commovente la contraddizione nell’essere umano. Un cinquantenne immerso in un look che si addice per definizione ad un adolescente. E non c’era niente di patetico. C’era solo una cosa che al cinema come nella vita può assumere i contorni estatici della meraviglia: l’eccezionale, inteso come eccezione unica e inebriante. Mesi dopo ho avuto modo di rivivere la stessa eccezionale esperienza quando in una caldissima giornata di luglio, a New York, abbiamo fatto la prima prova di trucco e costumi con Sean Penn. È stato un piccolo miracolo che accadeva sotto i miei occhi, assistere in silenzio alla progressione inesorabile dell’attore Sean Penn, che un passo alla volta, attraverso il rossetto, il rimmel sugli occhi e poi indossando i costumi e infine muovendosi, in un modo naturale e allo stesso tempo diverso da come si muove lui, si trasfigurava in un’altra cosa, diametralmente opposta, che era il personaggio di Cheyenne.

Ci parli un po’ del rapporto tra Jane e Cheyenne
Devo confessare che, per questo sottotesto, ho rubacchiato qua e là dal reale rapporto che intrattengo con mia moglie. Un rapporto dove l’astrattezza stralunata dell’uomo è fortunosamente compensata dalla concretezza inesorabile della donna che consente che le cose vadano avanti senza traumi e senza inutili tragedie. Questa contrapposizione tra astrattezza e concretezza ho cercato, insieme ad Umberto Contarello, di farla emergere dentro una cornice ironica. Con Sean Penn e Frances McDormand la dimensione giocosa del rapporto è stata assicurata in fretta anche in virtù di una loro naturale attitudine a far ridere.
Sono stato molto fortunato che Frances McDormand abbia accettato di interpretare il personaggio di Jane. Per convincerla, le avevo scritto una lettera in cui le dicevo che se lei avesse rifiutato quel ruolo avrei semplicemente modificato la sceneggiatura rendendo Cheyenne scapolo o vedovo. Ed era la verità. Non riuscivo a pensare a nessun altra attrice che non fosse lei. Quando l’ho incontrata ho trovato conferma all’idea che mi ero fatto di lei, una donna dall’intelligenza rapidissima, coniugata con un’ironia imprevedibile e inesauribile.

Nella parte del film che si svolge a Dublino, Mary gioca un ruolo molto importante nella vita di Cheyenne…
Mary è una giovane amica e fan di Cheyenne, segnata da un dolore che Cheyenne cerca come può di alleviarle. Ma alla lunga, sarà lei, nonostante la giovane età, ad alleviare forse qualche dolore a Cheyenne. Mi sembrava un rovesciamento interessante dei ruoli.
Per questo ruolo ho scelto Eve Hewson, una giovane attrice irlandese molto promettente.

Eve proviene da una famiglia con una grande dose di creatività. Pensi che questo spieghi la maturità che dimostra, così rara in una persona della sua età?
Non sono in grado di rintracciare le origini della sua maturità, però sono rimasto subito molto stupefatto da come una ragazza così giovane possedesse una struttura mentale così adulta. Questo connubio, indispensabile al personaggio del film, penso che sarà anche una grande risorsa per il suo futuro di attrice.

Come mai hai deciso di girare a Dublino?
Molto semplicemente, Dublino possiede bellezza e malinconia. Due sentimenti che possono convivere magnificamente in un racconto cinematografico.

E perché hai girato negli Stati Uniti?
Perché volevo misurarmi in maniera spudorata e spericolata con tutti i luoghi iconografici del cinema che mi hanno fatto amare questo lavoro sin da quando ero ragazzino: New York, il deserto americano, le stazioni di servizio, i bar bui coi banconi lunghissimi, gli orizzonti lontanissimi.
I luoghi americani sono un sogno e, quando ci sei dentro, non diventano reali, ma continuano ad essere sogno. Questa stranissima condizione di continua sospensione dalla realtà mi è accaduta solo negli Stati Uniti.

Puoi parlarci del ritratto che hai fatto dell’America?
E’ sempre pericoloso usare la tua visione di qualcosa che non conosci a fondo, e la mia conoscenza degli Stati Uniti, nonostante i numerosi viaggi nell’entroterra, rimane una conoscenza per così dire turistica. Però avevo l’alibi di muovermi insieme ad un protagonista, Cheyenne, che mancava dagli Stati Uniti da trent’anni. Eravamo entrambi turisti, sebbene senza un biglietto di ritorno preciso. E così ci siamo messi alla scoperta di un mondo che è stato raccontato così tante volte proprio perché è inafferrabile e mutevole.

Conoscevi già Harry Dean Stanton e Judd Hirsch?
Harry Dean Stanton è uno dei miei idoli cinematografici. Per questo film avevo la possibilità di incontrare gli attori americani e uno dei primi che ho chiesto di vedere è stato proprio Harry Dean Stanton. Il primo incontro è stato emozionante e sorprendente. Siamo stati in silenzio per un tempo lunghissimo. Io tramortito dall’imbarazzo e lui completamente a suo agio in questa specie di acquario. Poi, di colpo, senza preavviso, ha detto: “Io vivo bene perché non ho le risposte”. Io ho azzardato, tanto per dire una cosa: “L’importante è non farsi le domande”.
È seguito un altro silenzio e poi ci siamo salutati. Qualche ora dopo mi ha chiamato un suo assistente e mi ha detto che Harry Dean era rimasto favorevolmente colpito da me. Mi è sembrato, per un attimo, di vivere dentro una buona sceneggiatura.
E’ stato Sean Penn, invece, a suggerirmi di vedere Judd Hirsch per il ruolo di Mordecai Midler, per il quale incontravo difficoltà a trovare l’attore adatto. Quando è apparso Judd non ci sono stati più dubbi. Non solo perché è un attore formidabile ma perché era quel personaggio: umano, sensibile e scorbutico allo stesso tempo, simpatico e paterno senza fare nessuno sforzo per esserlo.

C’è qualcosa nello stile e nell’estetica di questo film che il pubblico potrà ricondurre ai tuoi film precedenti?
Non sono il giudice più adatto per questo genere di confronti. Spero di aver mantenuto fede al principio che mi ha mosso in relazione a questo film. Frequentare il più possibile una messa in scena semplice e, al contempo, “bella”, mettendomi prevalentemente al servizio del personaggio.

In questo film la musica gioca un ruolo molto importante. Come l’hai scelta?
Come direbbero certe scrittrici di romanzi rosa: col cuore.
Al di là della battuta, è proprio così. Non sentivo la necessità, come ho fatto in passato, di “ragionare” sulla musica. Volevo invece rivivere quelle vertigini di passione ed emozione che provavo da ragazzo quando mio fratello, di nove anni più grande, m’introduceva alla bellezza del rock. Ho trascorso quel periodo della mia vita a vivisezionare fino alla patologia soprattutto i Talking Heads e il suo genio: David Byrne. E allora un po’ temerariamente ho chiesto a David Byrne tre cose: di usare This must be the place come titolo e canzone portante del film, di comporre la colonna sonora e di interpretare se stesso nel film. E, clamorosamente, David ha accettato tutte e tre le cose.

Hai avuto dei riferimenti nel girare questo film?
Penso che, inconsciamente, ci siano sempre molti riferimenti.
In maniera invece consapevole, devo dire che spesso col pensiero andavo a quel capolavoro di film di David Lynch che è A straight story.

Come credi che reagirà il pubblico?
Io ho reagito molto bene. E io faccio parte del pubblico.

13/10/2011, 14:40