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"148 Stefano. Mostri dell'Inerzia" di Carcere si muore


Dopo la presentazione allo scorso Festival di Roma, la proiezione al Valle Occupato che chiude la rassegna sull'"indignazione".



Ilaria Cucchi nel documentario sulla morte del fratello Stefano
Dal 23 gennaio 2012 Mario Sesti e Jacopo Mosca hanno mandato in scena al Teatro Valle Occupato una rassegna cinematografica di tre film dedicata al cinema d’indignazione, sentimento che per tutto il 2011 è stato invocato come l’unico in grado ormai di restituire alla società una coscienza morale in tempi di ambiguità politica e crisi di valori.

E quindi dopo "Inside Job" sull’avidità dietro la crisi finanziaria che ha bruciato milioni di posti di lavoro e l’olocausto dei delfini nelle baie giapponesi di "The Cove", il programma si è concluso il 6 febbraio con il docufilm "148 Stefano mostri dell'inerzia". Da un’idea di Giancarlo Castelli e diretto da Maurizio Cartolano, il documentario ripercorre, sulla base dei fatti e delle interviste ai tanti testimoni della vicenda, il calvario di Stefano Cucchi, il giovane romano del quartiere di Tor Pignattara arrestato per spaccio e detenzione di droga il 15 ottobre 2009 e morto dopo sei giorni in circostanze ancora da accertare nel Reparto di Medicina Protetta dell’Ospedale “Sandro Pertini” di Roma.

Il film cerca di ridare dignità ad una delle tante vittime di abusi e illegalità perpetrati all'interno delle carceri italiane, dove fra "cadute dalle scale" e suicidi indotti dalla mancanza di assistenza sanitaria, giuridica e sociale, muoiono quasi 100 persone ogni anno. E non a caso il titolo del documentario fa riferimento al cartellino sul cadavere di Stefano, 148° morto in carcere nel 2009, anno che tragicamente raggiunse quota 177, di cui 26 in circostanze misteriose.

Le immagini di Stefano in filmini familiari qualche anno prima di morire, le voci fuori campo, la presenza del padre Giovanni e della sorella Ilaria come coprotagonisti, l’uso dei primi e primissimi piani e la scelta dell’animazione per affrontare alcuni momenti della vita del giovane, nel rispetto del dolore della famiglia, riescono a catalizzare l'attenzione dello spettatore raccontando con empatia e discrezione una storia piena di anomalie.

“E’ un lavoro importante che stiamo cercando di divulgare il più possibile perché la storia di Stefano non è un caso di malasanità e non possiamo accettare che cali il silenzio e l'omertà anche su questa vicenda come su tante altre”.
A parlare è il regista che spiega come il caso Cucchi sia diventato ormai un enorme scaricabarile, in cui, ancora oggi, non è stata fatta chiarezza.

Ma nel documentario pesano le assenze delle voci dei rappresentanti dello Stato. “Siamo riusciti a realizzare questo film grazie soprattutto al sostegno della famiglia Cucchi che continua a chiedere giustizia e verità combattendo ogni giorno contro un sistema che si ostina a proteggere e nascondere i veri responsabili e a screditare la figura di Stefano" .

Il film prodotto da Simona Banchi e Valerio Terenzio per Ambra Group, con il patrocinio di Amnesty International e Articolo 21, l’associazione per la difesa della libera informazione, è stato già distribuito da Il Fatto Quotidiano. Ma grazie ai continui appelli dell’associazione il documentario sull’intollerabile morte di Stefano Cucchi arriverà presto anche sugli schermi televisivi con la speranza che l’indignazione non rimanga una falsa coscienza consolatoria che fa sentire buoni ma poi la vita va avanti come prima.

07/02/2012, 09:19

Monica Straniero