CINECITTÀ SI MOSTRA
I Viaggi Di Roby

Note di regia del film "Romanzo di una Strage"


Note di regia del film
Il 12 dicembre 1969, alle ore 16,37 p.m. una esplosione al n° 4 di piazza Fontana - nel pieno centro di Milano, a pochi passi dal Duomo - devastò la sede della Banca Nazionale dell‟Agricoltura, provocando 14 vittime (nelle ore successive salite a 17) e oltre una novantina di feriti. “Una caldaia” fu la prima sbigottita spiegazione. Ma ai soccorritori che cercavano di farsi largo fra le macerie a soccorrere i superstiti orrendamente dilaniati fu subito chiaro che nessuna caldaia avrebbe mai potuto provocare un disastro del genere. Si trattava invece del primo episodio di quella che si sarebbe chiamata in seguito “strategia della tensione”, l‟inizio di uno dei periodi più turbolenti e luttuosi nella storia della Repubblica italiana.
Le indagini furono impostate in un‟unica direzione. Per la Questura milanese - diretta da Marcello Guida, ex-direttore del Carcere di Ventotene durante la dittatura fascista - i responsabili andavano cercati fra gli anarchici, già autori nei mesi precedenti di una lunga serie di attentati dimostrativi1. Fu rapidamente trovato il “colpevole” perfetto: Pietro Valpreda, ballerino senza scrittura, individualista, ribelle, dagli stessi anarchici considerato elemento instabile ed esaltato. Salvo pochissime eccezioni, stampa e televisione diedero in pasto il “mostro” all‟opinione pubblica, bollandolo come unico responsabile, folle e solitario, della strage.
Nel paese, l‟enormità dell‟accaduto e l‟apparente responsabilità degli anarchici scatenò una violenta controffensiva. Governo e Parlamento videro rafforzarsi i fautori di una svolta autoritaria. Per tutto l‟anno c‟erano state forti rivendicazioni operaie e studentesche – culminate nel celebre “autunno caldo” - con continui scioperi, manifestazioni, occupazioni di fabbriche e università. Per la prima volta dal dopoguerra il vecchio ordine sembrava sul punto di cedere, per alcuni speranza di cambiamento e miglioramento sociale, per altri paura di perdita dello status e delle proprie ricchezze. Le elezioni del 1968 avevano fatto guadagnare voti alla sinistra, ma la scissione fra socialisti e socialdemocratici - promossa dallo stesso Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, convinto atlantista – aveva reso impossibile un governo di centro-sinistra e costretto la Democrazia cristiana a governare da sola, troppo debole e inadeguata per affrontare il grande terremoto che il „68 aveva provocato in tutti i paesi occidentali.
La mattina del 15 dicembre, giorno dei solenni funerali delle vittime, celebrati nel Duomo di Milano, una folla immensa, muta, senza bandiere e senza insegne di partito, rese concreta e visibile la certezza che la terribile provocazione non era passata. Chi contava sulla paura e sull‟indifferenza della popolazione – o peggio su reazioni esagitate - fu smentito dalla presenza spontanea di più di un milione di persone, stretto attorno ai familiari delle vittime e ai rappresentanti delle istituzioni3, cittadini decisi a contrastare qualsiasi colpo di mano. Anni dopo, si scoprirà che furono proprio i funerali a stroncare sul nascere il tentativo di golpe organizzato dal Principe Junio Valerio Borghese, scoraggiando i suoi protettori in alto loco e gli extra-parlamentari neo-fascisti che avrebbero dovuto costituirne il nerbo.
La sera del 15 dicembre, durante un interrogatorio che si protraeva ormai da tre giorni, precipitava dal quarto piano della Questura, l‟anarchico Giuseppe Pinelli. Di questo imbarazzante episodio la Questura diede versioni che sembrarono raffazzonate e mendaci: “suicidio” prima, poi “incidente”, senza che risultasse credibile nessuna delle due spiegazioni. Da quel momento anche i giornali conservatori cominciarono a diffidare delle versioni della polizia, si insinuò il dubbio di una abile e spregiudicata regìa per “non” scoprire i veri colpevoli della strage, anziché assicurarli alla giustizia. Iniziò lì il veleno a lento rilascio della sfiducia, l‟inoculazione di un senso di allarme, di smarrimento, di dubbio sulle capacità preventive e investigative della nostra intelligence5– ove non addirittura il sospetto di malafede e contiguità – che fu forse il vero obiettivo di tutta la strategia della tensione. Allontanare il Paese dalle sue istituzioni, rompere il patto rappresentativo. E così fu, dopo piazza Fontana l‟Italia non sarebbe più stata quella di prima.
Giuseppe Pinelli era precipitato dall‟ufficio di un brillante funzionario di polizia, il giovane commissario Luigi Calabresi. Alto, elegante, laureato, completamente diverso dagli “sbirri” che sin lì avevano fatto parte della Squadra politica, Calabresi era stato fino a quel momento un acuto osservatore della galassia extra-parlamentare milanese, interlocutore diretto e “amico” - per così dire - dello stesso Pinelli. Pur non essendo presente nella stanza, il suo nome resterà inesorabilmente associato alla morte di Pinelli, all‟ambiguità delle versioni date, all‟atroce sospetto di violenze e torture. Contro di lui iniziò una campagna diffamatoria che lo indicava come il vero responsabile della “morte accidentale” di Pinelli e gli prometteva la “vendetta del proletariato”. Tutto questo mentre Calabresi andava convincendosi dell‟unilateralità delle indagini, di un percorso a senso unico probabilmente inquinato da uomini dell‟intelligence. Senza dirlo ai superiori, Calabresi iniziò a indagare per proprio conto, fino a scoprire un traffico di armi ed esplosivi NATO dalla Germania all‟Italia, allo scopo di rifornire i movimenti ustascia croati e le cellule eversive neo-naziste italiane. Il 17 maggio 1972 il commissario Calabresi veniva assassinato sotto casa da un commando misterioso, l‟azione non sarà mai rivendicata. Vendetta del proletariato? Ritorsione neo-nazista? Operazione sotto copertura dei servizi segreti?
Nel corso del 1969, dopo una serie di attentati a Padova (alla Questura, agli Uffici comunali, al Rettorato dell‟Università) erano stati messi sotto controllo alcuni neo-fascisti veneti. In particolare un giovane avvocato, Franco Freda, e un curioso editore, Giovanni Ventura, che pubblicava sia testi filo-nazisti che libelli di sinistra estrema. Pochi giorni prima della bomba, Ventura aveva confidato a un ex-compagno di collegio, Guido Lorenzon, che “stava per succedere qualcosa di grosso”. Lorenzon aveva ascoltato altre volte le vanterie di Ventura, senza dargli peso. Ma dopo la bomba si convinse a rivelare i suoi dubbi al magistrato Pietro Calogero. L‟inchiesta di Calogero venne d‟autorità trasferita a Roma e subito archiviata. Sarà il coraggioso giudice Giancarlo Stiz a riprenderla in mano, scoprendo – grazie a vecchie intercettazioni trascurate dagli inquirenti – che, poco prima della strage, Freda aveva acquistato 50 timer uguali a quello utilizzato alla Banca dell‟Agricoltura. Freda e Ventura verranno rinviati a giudizio per la strage di piazza Fontana insieme all‟anarchico Valpreda, iniziando quella interminabile serie di processi (ben cinque!) che finì per confondere le acque anziché accertare la verità.
Questo era il quadro dell‟Italia di quarant‟anni fa, la fotografia di un paese che stava per affrontare importanti riforme (del Lavoro, della Giustizia, del diritto famigliare, della liberazione di intere regioni dalla criminalità organizzata) trovando continui ostacoli sul suo cammino. Un paese a sovranità limitata, col mondo ancora diviso in blocchi, senza possibilità di defilarsi dallo scontro indiretto fra USA e URSS, scontro che non consente deroghe, esperimenti, novità. Né tantomeno alternative alla vecchia maggioranza centrista, unico argine contro il PCI, che raccoglie il suffragio di un terzo della popolazione, il partito comunista più grande dell‟Occidente. In realtà è ormai un partito democratico, addirittura moderato8, la sua scelta democratica (quella che gli garantisce numeri così alti) ormai avviata e sicura, eppure vissuto nelle alte sfere del Patto Atlantico come la quinta colonna della penetrazione sovietica, il “nemico interno” che bisogna combattere a qualsiasi costo e con qualsiasi arma. Oggi sembra incredibile che l‟intelligence dei paesi occidentali, anziché scorgere e interpretare i segnali dello sgretolamento del colosso sovietico, abbia costruito piani e operazioni nella certezza di una travolgente capacità offensiva, quando invece il sistema sovietico – basteranno due decenni a rivelarlo - aveva ormai perduto tutta la sua forza.
Qualche tempo fa alcuni ragazzi, intervistati nel corso di un‟inchiesta televisiva, rivelavano nelle loro ingenue risposte la più assoluta ignoranza riguardo piazza Fontana. Qualcuno, un po‟ più “informato”, azzardava si trattasse di un episodio di terrorismo, attribuendolo però alle Brigate Rosse, fenomeno effettivamente rilevante, sorto tuttavia nel decennio successivo. Le stesse domande fatte a un adulto avrebbero probabilmente ottenuto risposte altrettanto confuse. La disinformazione su questo capitolo cruciale della storia italiana è totale. Una nebbia confusa, una notte senza luna, dove tutte le vacche sono nere. Più che da un unico inconfessabile “segreto”, questa disinformazione sembra al contrario nascere da una massa sterminata di dati che finiscono per confondersi e cancellarsi a vicenda.
Nel tempo la letteratura sull‟argomento si è smisuratamente arricchita, ha continuato ad aggiungere tasselli al mosaico riuscendo a illuminare anche gli aspetti più oscuri di questa vicenda, ma al tempo stesso complicando il quadro, rendendone paradossalmente più difficile la sintesi, il senso generale. D‟altronde ogni ricerca “specialistica” , ogni approfondimento, non può sfuggire a questo rischio. Credo però che un film - sia pure attraverso le sue inevitabili necessarie semplificazioni – possa aiutare la ricostruzione di un avvenimento così controverso, possa fissarlo nella memoria dello spettatore, appiccicandosi al suo “vissuto” quasi come un‟esperienza personale. Per questa ragione, credo sia molto importante affrontare la storia terribile di Piazza Fontana e raccontarla – senza reticenze, senza pregiudizi, senza interpretazioni di comodo – allineandone i fatti salienti, raccontando le cose come sono avvenute, facendo i nomi di tutti i protagonisti - quei nomi che Pasolini non poteva fare perché “non aveva le prove”- e utilizzando tutte le informazioni che, nel tempo, si sono aggiunte. Penso che un film di questo genere sarebbe interessante non solo per gli italiani ma anche per un pubblico internazionale. L‟Italia nel bene e nel male – forse più nel male che nel bene – è sempre stata uno spregiudicato “laboratorio” politico, il luogo incantevole e crudele dove il Potere ha collaudato e affinato le tecniche più disparate, gli stratagemmi più fantasiosi, prima di esportarli nel resto del mondo a garanzia dello status quo.
In un memorabile articolo, scritto un anno prima di venire assassinato9, Pier Paolo Pasolini aveva scritto:
Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum". Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove.
Al tempo quell‟articolo sembrò una delle consuete acrobazie dell‟intelligenza pasoliniana, una rappresentazione paradossale e visionaria, senza vera attinenza coi fatti reali. In realtà - e le scoperte successive ne confermeranno ogni virgola – è un‟analisi che coglie perfettamente non solo quello che sta succedendo nel Paese – per l‟appunto: i fatti – ma ne racconta il “senso”, quello che Pasolini chiama “romanzo”, il romanzo delle stragi italiane. Questo straordinario articolo – che ha ispirato il titolo del film – si concludeva amaramente con l‟impossibilità di denunciare senza prove concrete, fidandosi soltanto della propria intelligenza. Io so, ma non ho le prove. Oggi, passati più di quarant‟anni, queste prove sono diventate finalmente accessibili, a disposizione di chiunque voglia davvero sapere. È giunto il momento di raccontarle, di tirarle fuori.

Marco Tullio Giordana