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Note di regia del documentario "Sinai - Un Altro Passo sulla Terra"


Note di regia del documentario
Era un periodo che per ragioni di studio, si frequentava spesso Venezia.
Era una Venezia obliqua, vista sempre dietro le lenti appannate di uno sguardo che si perdeva nei chiaroscuri della sue geografie clandestine. Quel luogo, rimasto completamente misterioso, rappresentava il limite, o meglio il punto di contatto, con l’Oriente. Questo era un paesaggio unico, completamente mitizzato, ancora carico di rimandi straordinari e che aveva fatto spazio nelle nostre teste attraverso quei meravigliosi documenti di viaggio, che Pasolini realizzava in preparazione ai suoi film. Nelle conversazioni succedeva spesso che Venezia diventasse qualcos’altro, capitava che Venezia si pronunciasse come Costantinopoli, ricordando forse i cavalli dell’ippodromo bizantino custoditi in San Marco.
Sinai, nasce da questa stratificazione di suoni, che hanno trovato sublimazione nel volto di un uomo e nel territorio da lui abitato: un nome che è anche quello di un’area geografica. L’enorme poster della chiesa di Santa Sofia appesa al muro della cucina e il resto dell’iconografia imperante che costituiva il decoro delle sua abitazione, ci confermavano ripetutamente questo immaginario. Le sue immagini, sono diventate una rivelazione, quasi assoluta, delle nostre. Potremmo dire che le sue immagini, dopo un laborioso processo di narrazione, sono diventate il nostro film.
Ci sembrava di lavorare ad un importante documentario ispirato alla più acuta tradizione francese. Pensavamo a cosa avrebbero potuto scrivere Edgar Morin e Jean Rouch muovendosi lungo le coste ruvide di quell’arcipelago che a noi sembrava già l’America. Quel testo, che ci immaginavamo fin dall’inizio, arrivò e basta, quasi senza essere scritto e da questo non potevamo più esimerci.
In quei giorni ci sentivamo come testimoni di un tempo che sfilacciato, ritornava forte nel presente o forse i testimoni di una nuova era o di una nuova Europa.
C’era un gruppo di turisti provenienti da Taipei, arrivati per la prima volta in questo continente. Portavano con loro la fame di immagini elettroniche, mentre intonavano canzoni della tradizione popolare italiana, come tentativo di avvicinamento a noi.
Quel Mediterraneo, che va dal primo ulivo della Francia fino all’ultima palma dell’Algeria, diventava allora un fattore culturale, di appartenenza, di verosimiglianza, che andava oltre i confini di questo luogo, mostrandosi dentro ad un paesaggio che ancora oggi cambia in continuazione.
L’isola di Hvar, poco lontano dalle coste dalmate, è stata per noi il centro del Mar Adriatico, il centro del nostro piccolo mondo. Qui abbiamo incontrato le origini di una civiltà antica e soprattutto tentato di comprendere l’eredità della sua storia moderna. Il cinema è stato il nostro strumento. La co-regia, ha unito questi respiri all’interno di un unico vocabolario. I dialoghi sono stati infiniti, pronunciati durante tutta la notte e poi ancora nel sonno.
Sinai, rappresenta la creazione di un linguaggio ed è il risultato di un lungo percorso di scoperta, cominciato verosimilmente una decina di anni fa assieme ad Enrico Masi, proprio con un viaggio lungo i Balcani, da Marina Romea fino al sud dell’Albania.
Alberto Gemmi

Sinai è il risultato di una ricerca. Il prodotto filmico e oggettuale di un lungo percorso, e di certo non è la sua fine. I Balcani come dimensione dell’immaginario al di là del mare dove sono cresciuto.
Che cosa c’è al di là del mare?
La Yugoslavia, rispondevano i miei genitori. E in quegli anni volavano gli aerei dalle basi nato di Cervia e di Aviano, forse diretti a bombardare Belgrado. Il fratello di mia madre stava scrivendo la tesi di laurea in scienze politiche sulla transizione albanese da isolato regime comunista a democrazia. Mentre giocavamo inventando nomi e storie, nasceva un nostro vocabolario fantastico personale e segreto. Ho impiegato forse 15 anni per riuscire a condividere quell’immaginario, dopo necessari viaggi alla deriva per quell’arcipelago senza fine.
Venezia, di certo, ha fatto il resto, con la sua Dalmazia regione coloniale dimenticata, e i suoi nomi pieni di fascino orientale: Lesina, Cherso, Mileda, Lissa che diventavano Hvar, Cres, Mjiet e Vis nell’universo slavo durante la rivoluzione turistica, poco dopo la fine del regime titoista, e le baie paradisiache rimaste intatte grazie alle installazioni militari.
Sinai è il nome dello zio di Ivana, che diventa qui per noi tutti un testimone privilegiato. Era una forma di narrazione che progettavamo da alcuni anni, venuta alla luce durante un inverno molto doloroso, e sono stati tanti i momenti di sconforto e le difficoltà di linguaggio, la durezza nell’approccio al materiale documentario come fosse memoria orale. Perfino l’oracolo di Delfi è dovuto intervenire per aiutarci in questo lungo viaggio che ci ha condotto fino al centro dell’Ager, luogo straordinario, attrazione protetta dall’Unesco, punto di non ritorno nello sviluppo della cultura occidentale.
“Ouest Venise. Est Constantinople. Mentre di fronte si proietta una cordigliera imponente che sembrano le Ande o delle nuvole fantastiche, ma che il nostro amico Pyram, chiama semplicemente, l’Olimpo” – tratto dai cahiers chinoises.
Sinai è proprio questo: la descrizione di quello che non vediamo al di là del mare, al di là del piccolo cimitero che si affaccia per metà sui campi di lavanda e per metà a picco sull’arcipelago infinito.
Sinai è una recita fantastica, forse riportata al largo da un apparecchio digitale coreano, dimenticato su uno dei tanti traghetti che viaggiano su e giù tra le isole.
Infine l’incontro con Agnes e la sua famiglia, è stato per noi come visitare una versione moderna dell’oracolo di Delfi.
Ci sono molte situazioni che emergono come rovine perdute nella forma di questo film. Parliamo di una terra violentemente dilaniata negli ultimi anni, da una profonda crisi di identità in opposizione ad uno stimolo alla ricostruzione. Una terra dove si intersecano tre religioni molto diverse tra loro. Questo discorso filmico, oltre ad essere un chiaro esempio di quello che proponiamo come gruppo, è la certezza di poter almeno tentare la comunicazione culturale su temi complessi, per arrivare ad un pubblico ampio. La presenza di un bilinguismo francese – croato e la co – regia confermano questo sforzo di unire dimensioni extra personali, un politeismo ipotetico per costruire un momento di nuova attenzione sul significato di fare cinema. La Yugoslavia e la vita di Sinai ci danno modo di attivare questa riflessione.
Enrico Masi

16/11/2014, 08:51