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CINEMA DU REEL 38 - “Al Primo Soffio di
Vento”: un saggio sulla solitudine


Il film di Franco Piavoli sulle difficoltà comunicative fra esseri umani,


CINEMA DU REEL 38 - “Al Primo Soffio di Vento”: un saggio sulla solitudine
"Al Primo Soffio di Vento” di Franco Piavoli è anzitutto un film sulla solitudine e sulle difficoltà comunicative fra esseri umani, che pur convivendo assieme non riescono ad esprimere e a trasmettere le loro differenze caratteriali ed emotive. Composta di soli sguardi e suoni naturali, accompagnati da sporadici dialoghi e dalla musica malinconica di Ravel, Satie, Favrè e Poulenc eseguita al pianoforte da una dei protagonisti, l’opera di Franco Piavoli riflette sullo stato di alienazione dell’Uomo.

Il film si apre con le immagini di un casolare in aperta campagna, immerso nella dolce atmosfera estiva di fine agosto, dove una famiglia riunitasi attorno ad un tavolo per pranzo si separa per trascorre il resto della giornata. Il greve torpore del meriggio che coglie uomini e animali avvolge l’intero paesaggio, in cui risuona incessante il frinire delle cicale. Ognuno dei protagonisti si chiude nel proprio silenzio, dedicandosi in solitudine a diverse attività.

A guidare il flusso delle immagini sono le note struggenti eseguite al pianoforte dalla figlia maggiore, che riempiono i vuoti della casa dove si aggira inquieta la madre, la quale, citando alcuni versi di Apollonio Rodio (da cui è ripreso il titolo del film), evoca nella memoria la nascita di un amore, rimpiangendone poi la fine. Il capo famiglia, invece, dopo aver osservato dalla finestra un gruppo di braccianti africani intenti a raccogliere il grano e a lavorare nei campi, si sofferma nella propria biblioteca a meditare sulla condizione dell’essere umano. La consapevolezza della biodiversità fra gli esseri viventi crea un forte sentimento di alienazione nel protagonista poiché, com’egli afferma, sebbene siamo tutti parenti, “la combinazione infinita di geni rende unico ciascuno di noi. Ma è questo che fa sentire a ognuno di noi la sua diversità. E la sua solitudine”. A questo senso d’isolamento provato dall’uomo moderno, si contrappone l’immagine dell’agricoltore che, godendo dei frutti del proprio faticoso lavoro, vive in perfetta comunione e armonia con la natura e gli altri esseri viventi. La semplicità e l’onestà dello stile di vita campestre, personificato dagli immigrati che lavorano la terra, vengono posti in aperta antitesi col lusso e i costumi artificiosi delle sfilate di moda e delle competizioni sportive, con la violenza dei conflitti umani e dello sfruttamento scellerato delle risorse naturali. Così a fine giornata, mentre nel casolare ognuno resta prigioniero della propria solitudine, il gruppo di africani si cimenta in una danza accompagnata da suoni tribali lungo il fiume, fonte di ristoro dopo il duro lavoro, come volessero celebrare la loro unione e il legame con la natura. Tuttavia la loro sofferta condizione di esuli carica anche questa visione di viva nostalgia, richiamando alla mente la figura dell’agricola Melibeo, cantata da Virgilio nelle Bucoliche, che a causa delle lotte fra uomini fu costretto ad abbandonare i dolci campi della propria terra. A completare il mesto quadro vi è l’anziano nonno, ormai infermo nel proprio letto, e la zia, che dopo aver vagato nei pressi del casolare alla tormentosa ricerca di un amore perduto, arriva alla stazione dei treni, dove aspetterà invano, circondata da un’assordante sinfonia di rumore meccanici.

A rasserenare la sensazione di malessere e inquietudine che pervade il film, vi è la figlia minore, Bianca, che nella primavera della sua adolescenza fugge dalla prigionia dell’abitazione, per immergersi nella natura con sguardo curioso e indagatore, soffermandosi ad osservare estasiata la bellezza del mondo che la circonda. Allo scoppio di un temporale estivo la bambina, tutt’uno con la natura, gode della pioggia scesa dall’Etere per fecondare la compagna Terra, in un legame panico dagli echi dannunziani, mentre gli altri membri della famiglia restano al riparo, chiusi nelle loro stanze e nel loro isolamento.

Il distacco dalla Natura e il superamento della mitica "Età dell’Oro" cantata dai poeti latini e greci, in cui gli uomini vivevano in armonia con l’universo, nutrendosi del proprio lavoro, sono per Piavoli le cause della triste alienazione che tormenta i suoi personaggi. Così all’incomunicabilità tra esseri umani, si aggiunge l’incomunicabilità fra l’Uomo e la Natura, vero punto chiave del film, rappresentato visivamente dalla divisione fra l’interno e l’esterno della casa. “Al Primo Soffio di Vento”, arricchito dalla raffinata poetica visiva e sonora dell’autore, ci offre una profonda riflessione sulla condizione umana, auspicando un ritorno al modello di vita campestre tramite cui è possibile riscoprire emozioni elementari e primordiali.

31/03/2016, 16:09

Marco Cipollini