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NAPOLI FF18 - Renato Scarpa


Forse la migliore spalla del nostro cinema. Renato Scarpa è a Napoli e racconta la sua sua vita e la carriera tra teatro e cinema


NAPOLI FF18 - Renato Scarpa
Renato Scarpa al Napoli Film Festival 2016
Un'avventura artistica cominciata con delle domande, a scuola dove chiedeva perché l'uomo si uccideva in guerra. Una follia voluta dall'uomo che gli portò via il padre ventottenne. E una scelta, dopo il liceo e parecchi anni di architettura, di lasciare gli studi e seguire l'istinto che lo portava verso il palcoscenico. La madre parrucchiera lo assecondò e allora arrivarono il teatro, il Centro Sperimentale e il cinema che con Marco Bellocchio gli diede una visibilità che lo ha portato ad essere uno dei migliori caratteristi italiani.
Renato Scarpa dopo un cammino lungo racconta la sua esperienza con i grandi registi da Moretti a Bellocchio, da Verdone al suo "aiuto regista" Sergio Leone.

"Da bambino il cinema era la mia passione. Credo di essermi innamorato della recitazione vedendo soprattutto "Per chi suona la Campana", dove c'era una Ingerid Brgman straordinaria che diceva di più col volto che con le parole. E lì già da piccolo ho scoperto la recitazione di "doppio piano", con la bocca dici una cosa ma con gli occhi ne dici un'altra... che è quella naturale. E questo permetteva a noi spettatori di essere catturati".

Come sono stati gli inizi della carriera?

"A scuola non ero bravo ma scoprii qualcosa in cui dimostravo di essere bravo. Quando c'erano delle poesie da leggere, chiamavano sempre me, a scuola o all'oratorio e allora capii che c'era qualcosa di particolare. Poi il liceo classico e architettura ma la passione per il teatro mi fece sospende l'università. Cominciai con una piccola compagnia della gioventù studentesca universitaria di Milano, diretta da Eugenio Monti Colla. Poi decisi di fare il salto e provai al Centro Sperimentale, dove mi hanno presero in deroga perché avevo passato l'età di un anno, grazie a un altro studente che tirò fuori la clausola dell'evidente qualità artistica della persona... io non la conoscevo e ancora lo ringrazio".

Gli inizi al cinema e l'esperienza con Carlo Verdone

"Quello è stato un colpo di fortuna. Avendo esordito con Bellocchio in "Nel Nome del Padre", dove comincia la mia lunga carriera "ecclesiastica", avrò fatto almeno cinquanta preti, fino ad Habemus Papam... non c'è molta fantasia nei registi... ti vedono prete e tu sei prete per sempre...
Comunque dopo Bellocchio e Montaldo, con lui faccio un domenicano nel "Giordano Bruno" con Gian Maria Volonté, facevo il film "Il Giocattolo" con Manfredi e Mezzogiorno e mi vede un certo Sergio Leone, che faceva "l'aiuto" di Carlo Verdone al suo primo film. Il provino l'ho fatto a casa di Leone e lui scoprì che ero uno che rilanciava la palla, che ero una buona spalla insomma... e lì cominciò la mia avventura da pirla, come si dice a Milano, con "Un Sacco Bello". Leone fu molto gentile e mi telefonò a casa dicendomi che gli piacevo e io gli dissi "aspetti che mi siedo..."

Come sono i ricordi di quell'epoca?

"Insieme a quelle soddisfazioni, penso sempre a mia madre che mi assecondò facendomi lasciare gli studi e dicendomi di seguire la strada che volevo seguire. Almeno di provarci per non restare tutta la vita con il rimpianto di non averci provato... E poi alla fortuna che ho avuto. Quando qualcuno mi chiede cosa deve fare per fare l'attore la prima cosa che gli dico è vai a Lourdes... ma comunque provaci".

Ora anche l'insegnamento

"Sì faccio corsi al centro sperimentale... insegnamo a trovare i canali per essere veri, ad avere gli strumenti per arrivare alla sufficienza".

Cosa stai facendo adesso?

"Mi fa molto piacere aiutare i giovani con i cortometraggi. Ne faccio molti, ad esempio con i ragazzi del centro sperimentale, li aiuto a metter su i loro saggi di diploma".

Qual è il segreto per una buona interpretazione

"Beh, ad esempio ricordo in "Diaz" di Daniele Vicari dove facevo un vecchio sindacalista picchiato dalla polizia, che avevo un piano a due e dopo quello il regista girò il mio primo piano. Dopo il primo ciak Vicari venne da me e mi disse "... non ci siamo più..." io non capivo e lui mi disse "non sei più nel personaggio...". E io ho capito, perché quando uno è dentro il personaggio deve lasciarsi andare. Se si vuole "farlo", aggiungendo qualcosa, diventa subito artificioso e siccome il cinema rivela tutto con la macchina da presa che ti viene negli occhi, se fai qualcosa in più diventi subito falso. Non costruire ma lasciarsi andare... e allora tutto è credibile, le battute e le pause diventano giuste e il personaggio funziona".

02/10/2016, 10:56

Stefano Amadio