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Note di regia di "Binxet - Sotto il Confine"


Note di regia di
Sarebbe complicato raccontare di questo lavoro senza parlare delle esperienze che ho vissuto negli ultimi due anni della mia vita. A partire dall'Ottobre 2014, nei giorni in cui la città di Kobane veniva presa d'assedio dalle orde di ISIS, è nata quasi “naturale” dentro di me la necessità di scoprire, indagare e comprendere meglio quello che stava avvenendo in quella terra apparentemente così lontana, ma che in realtà da subito è riuscita a toccarmi così da vicino.
Dalla guerra di liberazione di Kobane a scoprire che in Rojava (nella Siria del Nord) era in corso una rivoluzione, il passo è stato breve.
Negli ultimi due anni ho viaggiato per diverse volte nel Kurdistan diviso tra i confini di Turchia, Siria, Iraq ed Iran. Nel maggio 2015, ho attraversato illegalmente il confine fra Turchia e Siria per raggiungere la città di Kobane liberata da neanche quattro mesi.
Nella vita delle persone le “prime volte” hanno un sapore particolare, e davvero non si scordano mai.
Confrontarsi con la violenza di quel confine, strisciare nel fango sperando di non essere visto, arrestato o peggio sparato dai militari turchi, impigliarsi e ferirsi nel filo spinato, correre a perdifiato e sorridere di vera gioia quando sei “dall'altra parte”, ovunque essa sia.
Perchè il valore simbolico che diamo ai confini è grande,tuttavia a furia di passarci sopra in confini sono stati abbattuti, ed insieme anche il loro significato.
Da quel Maggio 2015 ho continuato a seguire l’evolversi della situazione in tutti i territori del Kurdistan, ma con un occhio particolare a quel maledetto confine, che col trascorrere dei mesi ha mostrato in maniera sempre più chiara e netta la sua importanza strategica: è anche per quel confine che passano i disegni autoritari di Erdogan, è lungo quella striscia di terra che si sta giocando la partita più grossa nella guerra di liberazione contro ISIS, è anche sul controllo e sulla chiusura di quel confine che poggia lo scellerato accordo per il controllo dei flussi migratori tra l'UE e la Turchia.
Ecco allora che per queste ragioni, questo piccolo lavoro vuole essere allo stesso tempo un racconto, ma anche uno strumento di denuncia rispetto alle responsabilità storiche pesantissime che i Paesi della civile Europa si sono assunti con questo accordo stretto con Erdogan: mani libere per i progetti autoritari nella politica interna turca, occhi chiusi sulle atrocità che Ankara da mesi conduce in Bakur, in cambio di un controllo appaltato (ma molto ben retribuito) dell’accesso alle frontiere sud-orientali dell’Europa.
Ho scelto di raccontare questa storia senza troppi fronzoli.
Ho messo nello zaino una piccola videocamera e la voglia di incontrare quelle persone, che per i motivi più diversi, con quel confine ci si devono confrontare ogni giorno.
L'intero documentario è stato girato in presa diretta, talvolta sedendosi davanti ad un chai a chiacchierare in tranquillità, talvolta nascosto tra l'erba alta o dietro un cumulo di sabbia a pochi metri da bombe e proiettili.
I personaggi di questo documentario sono così come li vedrete; veri, reali e genuini.
Mi hanno aperto le porte delle loro case, ma soprattutto mi hanno fatto entrare nelle loro vite, raccontando talvolta le indicibili sofferenze che hanno vissuto, ma anche le gioie e le speranze di riuscire un giorno a veder scomparire quel maledetto confine.
Diverse volte, incontrando i partigiani e le partigiane che combattono l'ISIS, mi hanno fatto notare come quella videocamera che avevo in mano, rappresentasse un arma vera e propria, talvolta più utile anche rispetto ad un kalashnikov.
Ecco, la realizzazione di questo film documentario, è stata intrapresa con la voglia di mostrare e denunciare la violenze dei confini, ma anche e soprattutto di “ripagare” un debito verso tutti coloro ho incontrato sulla mia strada; uomini, donne, giovani ed anziani, combattenti e civili, che in quelle terre continuano a lottare e versare sangue, che quel confine continuano a combatterlo e pensare di abbatterlo.
Il termine di “confine” implica l’idea di contenimento, ma anche quello di invito ad andare al di là, all’estrema riva, un’esortazione a disobbedire, a ribellarsi.
Qui si consuma la violenza del potere ma anche la resistenza al potere.
Con la speranza che questo lavoro possa servire a riempire ed annullare la distanza tra il “noi” ed il “loro”, che renda meno fredda l'indifferente Europa trasmettendo quel calore che una volta che hai messo piede su quelle terre, continua a bruciarti dentro anche a migliaia di chilometri di distanza. Superando i confini.

Luigi D'Alife