Napoli Film Festival
I viaggi di Roby

Note di regia del film "L'Accabadora"


Note di regia del film "L'Accabadora"
Morte, guerra, amore, la nostra storia ruota tutta intorno a questi tre elementi narrativi eterni.
La cosa che mi interessa sempre di più come regista è esplorare gli angoli più nascosti della realtà, gli angoli dimenticati, dove scorrono vite invisibili, dimenticate dalla Storia.
Annetta è uno di questi esseri umani la cui esistenza trascorre dentro un microcosmo “arcaico” (nel senso etimologico di cosa arcana, dimenticata). Questa distanza siderale di Annetta dal mondo, dalle sue luci, questo suo nascondersi nell’ombra, negli angoli della vita non è una scelta. In questo senso Annetta è inizialmente un personaggio tragico, le traiettorie della sua vita paiono disegnate al di là della sua volontà, il destino l’ha collocata in un luogo remoto, la sua vita è segnata dalla tradizione, dai riti di un mondo oscuro, per svolgere il ruolo di Accabadora che sua madre le ha trasmesso e la comunità le ha richiesto.
Annetta vive in questa dimensione abitata da un distacco quasi sciamanico dal mondo, nasconde o meglio ignora i suoi sentimenti, ha acquistato tutta la durezza di cui aveva bisogno per svolgere il ruolo di Accabadora, per dare la buona morte.
Eppure Annetta, come l’abbiamo immaginata, è lontana anni luce dallo stereotipo di Accabadora che la tradizione popolare e i pochi studi esistenti, ci hanno raccontato: una donna anziana, esperta di medicina naturale, capace di dare la “buona morte” ai malati terminali, in un mondo arcaico in cui, in mancanza di cure, esisteva, forse, la tacita accettazione per questa forma di pietas istintiva.
La nostra Annetta è invece una donna ancora giovane e bella, a cui la madre ha imposto i segreti del rito con cui portare i malati alla fine delle sofferenze e dell’agonia. Ma questa condizione, come lei chiaramente dirà, l’ha sepolta, ancora bambina, in una fossa. Vive sepolta come fosse i suoi morti, accompagna i movimenti sotterranei della sua anima la presenza del suo primo “accabato”, per tragica fatalità proprio un bambino affetto da un male che fu endemico nella nostra isola: l’anemia mediterranea. Perché quella di Annetta è una vita non vita, una vita che deve avere a che fare continuamente con la morte. Ma, a differenza delle figure tradizionali, Annetta è abitata anche senza saperlo da un desiderio vitale di luce, di contatto, di amore e troverà proprio nel fallimento del suo ruolo tradizionale la forza di cambiare il suo destino.
L’unica verità che ci ha guidato nel corso della nostra narrazione è quella del personaggio: non avevamo nessuna intenzione di recuperare una verità storica o antropologica. E la cosa più interessante che può succedere a un personaggio è la rottura del suo equilibrio, da lì si genera tutto. Per questo abbiamo colto Annetta in un momento di passaggio: è una cosa che riguarda soprattutto la sua vita, il suo passare da una condizione a un’altra, da un mondo sospeso, nelle sue forme immutabili, all’incertezza, all’indeterminatezza di una nuova condizione che comprende un valore inesplorato per lei: l’amore, nelle sue tante forme.
L’amore per Tecla, il contatto, la vicinanza a cui la costringe il prendersi cura della giovane nipote orfana innescano il passaggio dallo stato di quiete, che tiene sopito il dolore antico e profondo della sua infanzia spezzata, alla scoperta del mondo e del suo respiro. Annetta arriva così all’incontro con la città di Cagliari, con la modernità e con la guerra che ne fa parte. Si lascia affascinare dal mondo creativo della stravagante artista Alba (personaggio ispirato alle sorelle Coroneo, poco note ma importanti figure della ricca tradizione artistico-artigianale sarda) e si apre riottosamente ad un rapporto più profondo con Albert, fatto di confidenze e riflessioni astratte che vanno oltre i confini del suo piccolo mondo antico.
Anche a Cagliari Annetta trova la morte, portata in forme più moderne dalla guerra e dai bombardamenti. Ma in questa città incontra anche il Medico, l’uomo che usa la scienza per curare e guarire, lo “Straniero”, emblema massimo dell’altro da sé. Costui riuscirà a penetrare il suo guscio e a schiudere il cuore di Annetta, preparandola al contatto fisico e all’amore, facendole scoprire un desiderio da sempre rimosso, negato al suo corpo di donna ancora giovane, costretta, come una antica sacerdotessa di un rito perduto, a vivere lontana dagli esseri umani e dai loro sentimenti.
Annetta diventa una donna moderna nel passaggio dalla campagna alla città. Ma negli anni ‘40 anche la città sta vivendo un cambiamento enorme: Cagliari in modo paradossale sta vivendo il passaggio verso la modernità. La guerra ha portato il cambiamento nella sua forma più tragica: la distruzione attraverso le bombe, prodotto all’epoca di sofisticata tecnologia.
Queste ragioni narrative hanno guidato il nostro desiderio di dare al film una forma capace di restituire tutte queste suggestioni. Il mondo arcaico andava raccontato nella sua fissità, in questo senso è stato affascinante il lavoro di ricostruzione che doveva rispondere alla qualità materica del mondo arcaico in cui vive la prima Annetta. Con lo scenografo e la costumista abbiamo riflettuto sulla necessità di trovare un cromatismo capace di mettere in relazione i colori della terra, dei cieli, della natura. I costumi e i luoghi sono sintonizzati sul fango delle case, sui colori delle pietre, sulla profondità ingiallita delle colline che circondano il paesino di Annetta. Ho trovato quello che cercavo nel paese di Collinas e nella sua campagna, questo luogo ha lasciato una traccia profonda nel film. Volevo uscire dall’idea ormai classica di una Sardegna che troppe volte abbiamo visto nei quadretti di un certo folklore che imprigiona la nostra identità ai temi classici del nero, del bianco delle pecore, dei paesini pietrosi e collocati su montagne impervie come quelle della Barbagia. Ho chiesto ai miei reparti artistici di colorare tutto ispirandosi all’idea pittorica di certi grandi artisti sardi degli inizi del Novecento che hanno cercato in cromatismi insoliti una luce diversa di un’isola più sognata che reale. Il mio sogno di quest’isola comprende certe opere di Giuseppe Biasi, di Melkiorre Melis, delle sorelle Coroneo che però presto, negli interni, hanno lasciato spazio a un luminismo fiammingo ostinatamente ricercato negli interni del paesino della prima parte del film. Una Sardegna fiamminga, il mio desiderio che il direttore della fotografia, il giovane irlandese Piers McGrail, ha assecondato, con luci che si appoggiano morbidamente sui corpi e sulle cose.
Un elemento molto importante era legato al ruolo degli oggetti, tutte le cose che appaiono nel nostro film cercano un senso, sono necessarie all’interno di un disegno complessivo cromatico e anche decorativo, in questo senso il mantello disegnato dallo stilista e artista Antonio Marras per vestire la nostra Accabadora ha come caratteristica quella di essere un oggetto senza tempo, un abito che Annetta ha ereditato dal passato della sua famiglia e che svolge un ruolo altamente simbolico. Questo costume di scena nel tempo è invecchiato, ha avuto bisogno di essere ripreso, aggiustato, ma insieme, passando in mezzo ai campi, attraversando la natura ha raccolto e si è arricchito di qualcosa, della terra e delle essenze floreali, è stato bagnato dall’acqua e si è impregnato del vento e della polvere e della terra di cui cromaticamente conserva traccia.
La mia idea di cinema si fonda essenzialmente sull’importanza del rapporto fra i corpi umani e i luoghi che li ospitano, mi piace, e lo dico con grande umiltà, essere considerato un paesaggista, nel senso che la figura umana non ha senso senza un rapporto solido e imprescindibile con il paesaggio. Il paesaggio nei miei lavori, questo almeno è il mio desiderio, dovrebbe lasciare una traccia profonda sulla narrazione e sull’anima dei personaggi, sulle ragioni della loro esistenza, sui loro desideri, sui loro sogni, e Annetta sogna diverse volte nel film, sogni dentro i quali si affaccia la natura selvaggia e dolcissima come lei la conosce, come lei l’ha attraversata nelle diverse stagioni della sua vita.
Ogni film nasce da una necessità, da un bisogno, in questo senso il mio film nasce dal desiderio di pormi davanti al tema del passato della nostra terra. Per affrontarlo ho voluto tornare indietro ai giorni dei bombardamenti della nostra città, per dare forma ai racconti di mia madre che era bambina sotto quelle bombe. La città in quel tempo era vista dalla campagna come qualcosa di lontano, gli abitanti del Campidano, la pianura che la circonda, ammiravano Cagliari, la vedevano come a qualcosa di bello e lontano dalla vita dura e ostile delle campagne. La guerra, le distruzioni, costrinsero però molti cagliaritani a lasciare la città, le sue comodità, i suoi caffè, i suoi cinema, i suoi teatri, la sua vita frenetica, per cercare riparo nella campagna. Decine di migliaia di cagliaritani sfollarono. Ma qualcuno rimase a tenerla in vita, e a costoro il film è dedicato. Rimase il dottore che ebbe l’incarico di custodire le meravigliose cere settecentesche del Susini, autentici capolavori della ceroplastica mondiale, che ancora oggi si possono ammirare alla cittadella dei musei. A quel giovane e coraggioso scienziato è ispirato il personaggio di Albert, il nostro medico, che in fondo è un personaggio reale. Tanti rimasero perché non potevano o non volevano lasciare Cagliari, i commercianti del latte di Arborea che ogni giorno rifornivano la città affamata e i diecimila che ancora resistettero sotto tutti i bombardamenti. Gli stessi commercianti del latte prestarono il camioncino che servì a portare in processione Sant’Efisio, come tradizione da trecento anni, anche in quel primo maggio del 1943, pochi giorni prima dell’ultimo e definitivo bombardamento. In città rimase anche Marino Cao, il cineamatore che girò le immagini di Sant’Efisio che abbiamo voluto utilizzare ad ogni costo, anche a rischio di prenderci una libertà stilistica rispetto al resto del film. Perché anche queste immagini hanno ispirato la nostra storia e sono testimoni di quelle giornate. Sono per me testimoni anche della grandezza della nostra arte, del cinema, della passione per le immagini in movimento che non mancò neanche nel periodo della guerra, come testimoniano migliaia di documenti storici. E proprio Marino Cao, il commerciante di mobili cine amatore, colto e curioso, è fra le persone che mi hanno trasmesso il desiderio di fare cinema: per testimoniare, per tramandare l’amore profondo per la mia città e per coloro che la abitano e la hanno abitata.

Enrico Pau

Video del giorno