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FEDERICO FRANCIONI - La sua "Tomba del Tuffatore"


L'autore ha realizzato il documentario in co-regia con Yan Cheng.


FEDERICO FRANCIONI - La sua
Federico Francioni
Come è nato il progetto di "Tomba del Tuffatore"?
Federico Francioni: Il progetto è nato da una collaborazione tra il Centro Sperimentale – di cui eravamo allievi – e il Festival di Ravello. La scuola aveva un accordo col festival per filmare concerti, interviste ed eventi, e parallelamente avevamo la possibilità di ritagliarci un nostro lavoro personale. Inizialmente ci avevano proposto un film collettivo sulla musica e sugli artisti del festival, ma noi siamo andati per conto nostro. Prima di partire abbiamo lavorato in modo generale su alcuni temi che ci interessavano, come il rapporto tra antico e contemporaneo, tra desiderio e spiritualità, il rapporto tra l’architettura, il territorio, e il turismo di massa. Poi, in modo abbastanza sconsiderato, abbiamo deciso di lanciarci in una sorta di “avventura” di sguardo, in quel giardino incantato che è la Costiera Amalfitana: un mondo ricchissimo di segni e contraddizioni. Siamo rimasti lì per più di un mese, lavorando per il festival quasi ogni sera, e cercando poi di svincolarci durante il giorno. Di solito partivamo molto presto al mattino, cavalletto in spalla, e iniziavamo la ricerca. È stato un lavoro molto faticoso, ci è capitato un po’ di tutto, a volte abbiamo dormito in macchina, ci siamo addentrati in zone interdette, abbiamo provato ad entrare nei mondi inaccessibili degli alberghi di lusso e dei giardini esclusivi… lì però ci hanno chiuso sempre le porte in faccia.

Come vi siete approcciati al reale, partendo dall'immagine del Tuffatore?
Federico Francioni: Uno degli elementi che ci ha guidato, sin dall’inizio, è stato la figura del Tuffatore di Paestum. Prima di partire conoscevamo già quest’immagine – una figura mitica potente, moderna e astratta, che nel suo volo stilizzato, rarefatto, compie il passaggio dalla vita alla morte. È un’idea semplicissima, profonda.
A partire da questa traccia abbiamo iniziato a cercare dei legami con quest’idea di morte, di passaggio e trasformazione del vivente. Il Tuffatore, come icona, è stata la nostra guida emotiva e di senso. Anche formalmente, abbiamo deciso di utilizzare il 4:3 per la sua capacità immediata di “inquadrare” la realtà, di renderla un segno all’interno di un discorso, e quindi allontanarci dal naturalismo dei magnifici paesaggi amalfitani, che rischiavano di portarci fuori strada. È il tuffo nella realtà che ci ha guidato: la possibilità di avere uno sguardo in movimento, in viaggio, in una sorta di caduta libera. In fase di ripresa è stato un processo istintuale, poco strutturato; più un’idea sensoriale. Ci siamo messi in ascolto della realtà, per captare i momenti autentici e significativi di questo salto verso l’altrove, passando attraverso il mondo mitico e la mercificazione del turismo di massa, che è uno degli aspetti del film.
Tutto questo ha cominciato a prendere un senso in montaggio, dove abbiamo iniziato a mettere in relazione gli elementi, e a cercare il filo comune.

Che realtà avete trovato e cosa avete e non avete voluto mostrare della Costiera Amalfitana?
Federico Francioni: Abbiamo provato a mostrare tutto quello che abbiamo incontrato, di autentico. Il territorio della Costiera è veramente una sorta di “giardino incantato” dove succede di tutto, e dove molti elementi contraddittori convivono. È stata, metaforicamente, la grande Tomba del nostro tuffatore. È il luogo della trasformazione. Ci sono le antiche cartiere abbandonate, meravigliose e appartate rispetto al caos della costa (che è invece una sorta di inferno vacanziero); c’è il concerto all’alba, momento aristocratico di rievocazione romantica, che convive con la gara di tuffi dal fiordo di furore, una sorta di rito postmoderno. Per puro caso abbiamo incrociato due ragazze americane, che quel giorno si sposavano in una chiesa sconsacrata – un momento pieno di grazia – e poi non distante da lì, la sera, c’era la festa del patrono dove la facciata della chiesa diventa uno schermo per il videomapping, mentre parte la musica de “L’ultimo dei Mohicani”. Insomma, senza dover dare per forza un giudizio morale, perché non è quello che ci interessa, è chiaro che, contemporaneamente, diversi aspetti del Visibile, della complessità, convivono in uno stesso luogo. È la grande Tomba della nostra contemporaneità? Una delle sequenze a cui sono più legato è quando dei bambini poco più che adolescenti, al tramonto, si tuffano dalle rovine dell’Ecomostro di Alimuri (una struttura abusiva in rovina da sessant’anni, che abbiamo avuto la fortuna di riprendere anche nel momento del suo abbattimento, a montaggio ultimato). C’è qualcosa di mitico in quella situazione.
Alla fine proprio questo vortice estenuato, il ripetersi di feste, concerti, l’accadere di eventi inattesi, è diventato il cuore del film. Una sorta di nulla “entropico”: tutto si muove, si trasforma, ma sembra immobile.

Chi è, quindi, veramente il tuffatore contemporaneo, che andate ricercando in tutto il film?
Federico Francioni: Oltre che un lavoro sulla trasformazione e sulla morte, penso che si possa considerare questo film anche come un tentativo di sguardo: cogliere gli aspetti espressivi di una realtà, il momento essenziale, e poi spostarsi altrove. In un certo senso il Tuffatore siamo noi, è la nostra caduta in questo mondo contraddittorio in cui tutto viene consumato, è lo sguardo di chi segue questo volo. A volte può sembrare un percorso molto dispersivo, in fondo lo è. Non poteva che finire con una grande esplosione, l’unico epilogo possibile.


Progetti per il futuro?
Federico Francioni: Con Yan Cheng, abbiamo lavorato ancora insieme per il nostro primo lungometraggio documentario, The First Shot, che ha avuto una serie di disavventure negli ultimi mesi, ma che è finalmente pronto – e spero riusciremo presto a presentarlo. È un lavoro meno sperimentale del Tuffatore, si concentra su tre ragazzi che vivono in tre contesti molto diversi della Cina, nati dopo il 1989, dopo Tienanmen, la fine di tutte le Rivoluzioni. Abbiamo passato del tempo con loro, nelle loro stanze, nella loro intimità, per cogliere il senso di spaesamento e angoscia rispetto a un contesto di vertiginoso e continuo cambiamento – in Cina il processo è più evidente, ma è qualcosa di universale.
Al momento invece ci siamo temporaneamente separati, Yan Cheng sta lavorando a Pechino, io ho passato dei mesi a Parigi per un corso agli Ateliers Varan, e sto lavorando su un nuovo progetto in Francia.
Per il futuro, uno dei nostri sogni sarebbe di provare a mettere in piedi una sorta di “Tuffatore Mediterraneo”. Ma a parte qualche suggestione, ancora non abbiamo iniziato a lavorarci concretamente. Speriamo che questi due lavori riescano a circolare, sarebbe sicuramente un bell’incoraggiamento a continuare su questa strada. Non è sempre facile, ma teniamo duro!

28/05/2017, 10:57

Simone Pinchiorri